Il guardiano del faro

C’era una volta un faro. Uno di quei fari alti, di un colore bianco così intenso che la luce del sole ci rimbalzava sopra in ogni direzione come se fosse riflessa in un prisma. Si trovava su di una penisola collegata con la terraferma da una striscia di terra strettissima la quale, il più delle volte, veniva sommersa dall’alta marea. Allora si che il faro era isolato dal mondo. Pioggia, vento, l’acqua salata, il mare in burrasca non scalfivano l’imponenza del faro e neanche il morale e l’umore del suo guardiano. Si, perchè come in ogni faro, anche qui c’era il suo guardiano. Il nostro era un uomo mite e silenzioso, di media statura con una corporatura magra e con il viso disegnato da guance quasi paffute e da linee rette che, nel complesso, incorniciavano un volto tutt’altro che brutto. Aveva delle mani magre e bellissime con dita lunghe e affusolate che, quando parlava, diventavano parte integrante dei suoi discorsi. Ma di discorsi ormai ne faceva pochi e, perciò, spesso e volentieri le mani rimanevano appoggiate ai fianchi o tutt’al più adempivano in maniera automatica e priva di emozioni alla propria funzione naturale. L’aveva scelto lui di fare il guardiano, di chiudersi dentro una torre e di stare a guardare gli altri. Il faro funzionava in maniera computerizzata, la luce si arrangiava da sola e il guardiano aveva anche troppo tempo per pensare..
Visto che il lavoro non c’era quasi più, il guardiano aveva incominciato a costruirsi un mondo tutto suo, diverso da quello che di notte illuminava con il suo fascio di luce. Un mondo dove solo lui era protagonista e osservava gli altri agire, pensare, parlare e innamorarsi. Si era innamorato spesso, anche troppo, ma per non soffrire e per paura di mostrare le sue emozioni, aveva rinunciato alle donne ed era sempre rimasto chiuso nel suo bellissimo faro, solamente a guardare e giudicare. E mai usciva da di lì se non per andare a comprare il cibo o altri beni di necessario utilizzo. Ogni volta che usciva, e accadeva raramente, era un trauma per il guardiano. Doveva andare in paese in mezzo alla confusione, alle urla, all’indifferenza delle persone solo perché anche lui, purtroppo, aveva bisogno degli altri. Non come tutte le persone di questo mondo, ma anche lui purtroppo doveva appoggiarsi agli altri per mangiare, star bene, respirare. E ogni volta che doveva prostituire la propria solitudine per un aiuto era un dramma che si consumava in un tempo infinito. Ma lo doveva fare, se voleva continuare a rimanere solo.
Aveva iniziato a dedicarsi a molti passatempi. Aveva iniziato a leggere. Aveva iniziato a scrivere perché scrivendo si consolava, creandosi un mondo fatto a sua misura, diverso da quello che lui illuminava tutte le notti. Oltre a tutto questo, le giornate passavano piatte e monotone uguali, con gli stessi movimenti, le stesse azioni, la stessa sofferenza, senza una novità o un brivido diverso. Tutto era normale. Tutto era prestabilito. O così aveva sempre pensato.
Era ormai giunta la sera. Si sdraiò sulla poltrona con la lampada accesa e il camino che sprigionava piccole lucciole nell’aria. Prese un libro con una copertina marrone in finta pelle dalla libreria. La luce della candela ballava contro il muro, rendendo non poco fastidiosa la lettura.
La pioggia cominciava a battere su vetri. Un scroscio dapprima leggero e poi intenso che, a prestarci orecchio, appariva quasi ritmico. Ma ritmo o non ritmo era solo un’altra schifosa giornata da dimenticare. Il vento si infilava tra le fessure delle finestre che non chiudevano più bene, ormai consumate dall’acqua marina.
Sfogliò due pagine. A un certo punto si udirono due toc toc ben ritmati sulla porta.
Il guardiano si alzò dalla poltrona e, infilandosi le ciabatte, si incamminò verso l’uscio.
“Chi è?“. La voce calma e tranquilla rimbombò all’interno del faro.
“Sono in cerca di un riparo per la notte. Mi sono persa. Vi prego fatemi entrare, ho freddo e sono  bagnata.”
Il guardiano ci pensò su due secondi. Da rubare non c’era nulla, tanto meno oro o gioielli. Forse ciò che aveva udito era la verità.
Tolse i chiavistelli dalla porta e aprì il portone. Davanti a lui una figura intabbarata e vistosamente bagnata lo stava fissando con occhi fissi davanti a lui. Dai tratti sembrava una donna.
“Grazie, posso entrare?”
“Ma lei chi è?”
“Ero di passaggio e mi sono persa. Se prima, per favore, mi fa asciugare poi dopo le racconto tutto”.
“Allora, prego, si accomodi, le preparo qualcosa di caldo. Se si vuole vestire si può accomodare nell’altra stanza. Ci devono essere dei panni puliti nell’armadio”.
Lui neanche la guardò. Non riusciva a guardare una donna senza aver l’istinto di abbassare gli occhi. Aveva sempre avuto un rapporto particolare con l’altro sesso. Non riusciva a essere spontaneo, era timoroso, quasi avesse paura  che lo potessero mordere. E alla fatica di provarci preferiva la comoda indifferenza. Tanto poi la sera tornava nel suo faro.
La ragazza tornò vestita come un marinaio dell’ottocento: indossava dei grandi pantaloni di velluto a coste larghe marroni, una camicia felpata a scacchettoni rossi e bianchi di una taglia abbondante più grande della sua, nei piedi un paio di ciabatte abituate a ben altre estremità. Mancava solo la pipa in bocca e poi era perfetta per una sfilata di carnevale.
Lui si voltò e la vide. Non era bella come quelle donne che si trovano sui giornali patinati. Ma aveva un qualcosa che la rendeva affascinante. Non era alta, aveva una corporatura normale con due splendidi seni, i folti capelli erano di un rosso ramato ed erano tirati all’indietro e, quando sorrideva, facevano la comparsa una serie di dentoni bianchi che le facevano apparire i lineamenti regolari e netti del viso ancora più belli. Gli occhi erano marroni e sottili e, di sicuro, quando sorrideva assumevano un’altra luce. E poi aveva quel naso squadrato che faceva veramente morire.
“In qualche negozio del centro avrebbe trovato di meglio.” Disse ironicamente il guardiano.
“Lei dice? A me sembra che vadano bene. Certo, non è un vestito elegante, ma è comodo”.
 “Come è capitata qui?” Chiese il guardiano con tono gentile mentre sferragliava in cucina fra i tegami per cercare di preparare qualcosa di caldo.
La ragazza tacque per un secondo. Si mise a sedere sul divano davanti al fuoco. Poi iniziò: “Ho girato tanto, mi sono fermata in molti posti. In alcuni sono rimasta per degli anni. Mi sono innamorata fino ad impazzire. Ho incontrato uomini sbagliati e egoisti. Ne ho incontrati molti che mi hanno delusa e tradita. Ho fatto grandi sogni. Ho sognato di essere una donna normale, come le mie amiche. Ho sognato un marito normale che rientrasse la sera. Ho sognato di avere un lavoro gratificante. Ho aspettato il principe azzurro che mi volesse portare nel suo castello. Ho sognato di essere madre. Ho sognato di avere una casa tutta mia. Ma ho smesso di sognare ben presto e mi sono ritrovata sola. La sera guardavo la luce del faro e, più la guardavo e più mi convincevo che fosse la luce giusta da seguire. Ogni sera, quando mi capitava rimanevo lì a fissarla. Sembrava volesse dirmi qualcosa. Quasi volesse invitarmi ad andarle incontro. E così, stasera, ho deciso di provare a vedere: mi sono infilata gli scarponi, un buon cappotto e sono venuta fin qui”.
“Ha fatto della strada inutile. A parte qualche lampadina e il sottoscritto, qui dentro da vedere non c’è nulla”. Gli allungò una tazza di te.
“Lei non è una persona?” chiese lei in tono ironico.
Lui sorrise: “Credo di si, ma non di quelle che può trovare nel mondo. Io sono una persona nata per stare sola. Niente legami, niente storie. Ognuno ha il suo proprio posto. E il mio è un posto singolo”
“E se le dicessi che quella luce mi indica una persona e non un luogo e quella persona forse è lei?”
“Direi che il freddo le ha fatto perdere la ragione. Forse conviene che le prepari il letto. Dormirà qui stanotte e poi domattina la riaccompagno in barca. E’ salita la marea e la strada non è più praticabile”. Buttò altri due pezzi di legno nel camino. Il fuoco acquistò forza e cominciò a crepitare più forte. Il guardiano salì di sopra a sistemare il letto degli ospiti. La ragazza incominciò a girare nella stanza e a guardare l’arredamento spartano, i pochi oggetti sparsi su delle scansie, dei quadri appesi alla parete e alcuni oggetti artistici in metallo. Dopo pochi minuti il guardiano scese.
“Questi oggetti li ha fatti lei?” chiese
“Si, di tempo libero ne ho parecchio. E così, per arrivare a notte bisogna ingegnarsi”.
“Sono molto belli. Immagino che ci abita solo lei qui?”
“Certamente”.
“E non si sente solo?”
“Non ci può essere solitudine quando si è soli. Nossignore, c’è solitudine quando sei in mezzo agli altri e nessuno ti guarda. Ma io li ho fregati a tutti: sono scappato via nel mio faro, da solo, ma senza solitudine. E che il mondo si arrangi, io ormai sono a posto”.
“Non l’è mai venuta voglia di uscire, andare via e incontrare altra gente?”
“All’inizio, forse. Ma poi ho capito che il mio mondo è questo.”
“E’ mai stato innamorato?”
“Sempre, ma non l’ho mai detto a nessuno”.
“E perché?”. La ragazza sgranò i suoi occhi marroni.
“Perché ho pensato che nessuna donna al mondo potesse innamorarsi di me”.
“E questo cosa glielo fa pensare?” La ragazza si era incuriosita a sentire quelle parole.
“Perché stando soli uno incomincia a conoscersi meglio. E per come sono fatto io non vado bene a nessuna.”
“Lei è una persona splendida che ha scelto di vivere da solo. Sono convinta che lei sia la persona migliore che esiste su questo mondo”.
“Lo crede?”
“Penso di sì.”
Calò il silenzio. Gli unici rumori di sottofondo erano il vento che si infilava nelle crepe delle finestre, la pioggia che batteva e il mare in burrasca. La ragazza sorseggiò piano il te caldo, guardando sempre fisso sul tavolo. Quando finì appoggiò la tazza sul tavolo e disse: “Credo che sia tardi, andiamo a dormire.”
“Va bene”.

Salirono di sopra, nella camera da letto. Le luci delle candele ballavano nell’oscurità, stendendo un velo caldo all’interno della camera.
Fecero l’amore. Lei lo guidò sul letto e incominciò spogliarlo. Per lui era la prima volta, ma lei fece di tutto per non farglielo pesare. Era lei che guidava la danza. Dapprima lui sotto, perché non lo sapeva fare e voleva farsi guidare. Dopo lui sopra. E poi ancora in un turbinio di corpi e odori. Furono dei momenti intensi. Il guardiano osservava per la prima volta il corpo di una donna, ne sentiva il suo profumo, ne seguiva timoroso le sue forme, accarezzava il suo seno con le sue dita lunge e affusolate, poi scorreva le sue gambe fino su al monte di venere e all’ombelico. Il suo corpo era bellissimo, bianco come il latte, con una schiena dritta e grande come una pianura. I capezzoli erano grandi, turgidi e duri e lui avrebbe voluto soffocare con la faccia schiacciata in mezzo ai suoi seni. E lei al tocco si eccitava sempre di più, gemendo e inarcando la schiena, cercando con le mani il corpo di lui. E poi si scambiarono i ruoli e adesso era lei a tracciare con le mani sottili linee sul corpo del guardiano partendo dai piedi, stringendo il suo sesso turgido nelle mani, salendo fino alla peluria del petto. La lingua di lei si unì con quella di lui fino alle viscere. I baci era forti e intensi in un’alternanza crescente che provocava il progressivo eccitamento. Poi, finalmente, i loro corpi si unirono insieme, si fusero in una unica forma fino a scoppiare in un unico e immenso gemito.
La pioggia cessò di cadere.
“Ti amo”, sussurrò lei.
“Nessuna donna mi ha mai detto ti amo”. Aveva quasi le lacrime agli occhi
“Usciamo da qui”, suggerì lei.
“Per andare dove” disse lui.
“Per andare a vedere il mondo, quello che c’è fuori, le altre persone. Ti prendo io per mano e ti conduco in mezzo agli altri.”
“Ho paura, paura di non riuscirci. Ho paura di essere diverso.”
“Sei come gli altri, anzi sei migliore.” Disse lei incominciando ad accarezzargli i capelli.
“Ma del faro che ne faremo?”.
“Si arrangerà da solo”.
“Ma se io esco, tu sarai sempre al mio fianco?” chiese lui, girandosi a guardarla negli occhi.
“Finchè lo vorrai.”
Si baciarono e fecero di nuovo l’amore.

Si svegliarono con il sole che si infilava tra le persiane. Il giorno li colse ancora addormentati schiena contro schiena. Il guardiano si girò verso la ragazza. Le guardò la carne bianca. Poi lentamente prese a seguire il profilo del suo fianco una, due, tre volte fino a quando lei non si svegliò. Si girò e lo guardo negli occhi.
“A cosa pensi?” gli chiese
“Ho paura perché penso che prima o poi tutto questo dovrà finire”
“Ma cosa stai dicendo?”
Lui la strinse forte. Aveva le lacrime agli occhi. Gli sussurrò in un orecchio “Vorrei che il tempo si fermasse intorno a noi. Vorrei che rimanessimo sempre così?”
Lei ci pensò un attimo e poi disse: “Ma se noi vogliamo sarà sempre così”.
“Non credo. Se il destino ci ha unito, sarà il destino a dividerci e non la nostra volontà”.
“Stringimi forte”. Si strinsero forte ancora e ancora una volta fecero l’amore.
Rimasero abbracciati.
“Hai mai pensato che nella vita le cose non capitano per caso?” chiese lui.
“Come se ci fosse qualcosa che le guida? Come se ci fosse un faro?”
“Credo di si. Credo che sia così. Per far si che i tuoi sogni e le tue ambizioni si avverino bisogna trovare quella luce, quel bagliore che ti guida, che ti dice dove andare, quale strada seguire. Anche se poi sulla strada si incontrano degli ostacoli, i tuoi occhi devono sempre seguire quella luce. E quando questa diventerà più intensa, vorrà dire che allora sarai più vicina al tuo obiettivo. E solo allora sarai veramente felice.”
“Tu ce l’hai una luce?” chiese al guardiano
“Io gestisco la luce, ma non ce l’ho. Anche io vorrei una luce nel mio orizzonte, ma forse la mia l’ho già trovata. Il mio destino è fare in modo che gli altri trovino la luce.”
“Ma dove la trovo la luce?”. Chiese lei.
“Dentro di te, nelle cose che fai, in un’altra persona. Avrai capito di averla trovata quando starai bene, quando ti sveglierai la mattina e sorriderai per il nuovo giorno, quando saprai già come vivrai tutti tuoi momenti. Non c’è nulla di più brutto di non avere speranza nel domani. Ogni secondo che passa senza speranza è come una fitta nel cervello che te lo brucia pian piano”.
Si baciarono ancora per un attimo interminabile. Poi si alzarono perché era giunta l’ora di andare.


Entrambi uscirono. Il sole era abbastanza alto e forte, la pioggia aveva smesso di cadere già durante la notte, ma il suo profumo rimaneva nell’aria. Strinsero gli occhi per contrastare la luce. Lui lasciò la porta socchiusa.
“Non chiudi la porta?” gli fece lei
“No, perché tanto so che prima o poi ritornerò”. Gli fece lui di rimando senza fermarsi.
“Perché dici così?”.
“Perché nessuno sfugge da quello che è. Io sono solo, questa è la mia casa ed il mio mondo.”
“Ma ci sono io.” Gli urlò lei di rimando.
“Passerai anche te. Ora la vita ti ha messo sulla mia strada. Ma non saprò quando la vita ti vorrà indietro. E allora io sarò di nuovo solo”.
Lei lo guardò, voleva dirgli qualcosa ma poi tacque e iniziò a camminargli dietro fino a raggiungerlo. Lo prese per mano. Arrivarono al molo, salirono a bordo e incominciarono a navigare nel grande mare con la loro barchetta di carta.

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