Categoria: A modo mio

Iniziativa pubblica

Vi segnalo questa iniziativa:

Venerdì 11 maggio 2007 a rimini alle ore 21 alla sala degli archi in piazza cavour si tiene un importante dibattito pubblico sui temi legati all’urbanistica, con riferimento in particolare allo stadio e alla proposta di motore immobiliare per realizzarlo. Saranno presenti due ospiti di eccezione:
vezio de lucia (noto urbanista)
francesco frieri (assessore del comune di Modena)

modera il dibattito:
stefano tamburini (ex direttore corriere romagna)

l’incontro è organizzato da Cristian Tamagnini di Rifondazione Comunista ed Ennio Pari dei Comunisti Italiani.

Ci vediamo lì.
 

Andarsene non serve

Innegabilmente per noi è tutto più difficile: veniamo da una storia antica e appassionante, da idee, lotte, valori, simboli, nomi e persone che rappresentano prima di tutto un’appartenenza, un porto sicuro in cui rifugiarsi. Per la Margherita non è così: loro il porto lo hanno lasciato quindici anni fa. Le lacrime, quelle soltanto, testimoniano la difficoltà: a Firenze c’erano, le ho viste e le ho sentite, a Roma non ci sono state. Tutto qua, se volete.
Ma andarsene non serve. Semplicemente perché la nostra casa ormai non c’è più. Hanno deciso di venderla e in qualunque posto noi andremo, qualunque forza o movimento costruiremo, non sarà più casa nostra ma sarà altro. Io vi dico che vale la pena di restare. Chi la nostra casa l’ha chiusa ci ha promesso che tutto sarà diverso: il rifugio, se vogliamo, lo possiamo costruire insieme con strumenti nuovi, allargando la partecipazione a quella società che millantiamo di voler rappresentare ma che in realtà non conosciamo. Vale la pena di restare, dicevo, perché è a loro che dobbiamo proporre le nostre idee: non ai burocrati, ai capi correnti, ai piccoli vassali locali, ma alle persone che alla mattina si alzano, escono di casa, affrontano la giornata, chiedono una risposta ai loro problemi. Sono loro la nostra speranza: quelli che se ne fregano degli editti della Chiesa, quelli che convivono e non si sposano perché l’amore esiste anche senza legame giuridico, quelli che vivono un amore che per i benpensanti bigotti non è tale ma semplicemente devianza, quelli che hanno un lavoro precario o non ce l’hanno e di flessibilità non vogliono morire, quelli che abbiamo fatto finta di non vedere in tutti questi anni. Quelli che quando sarà ora parteciperanno secondo coscienza e non convenienza, senza dogmatismi o liturgie, senza mediazioni per finti opportunismi.
Due considerazioni mi hanno colpito in questi mesi. La prima di Ilvo Diamanti che in una intervista all’Espresso dichiara che “i nostri figli ci dovrebbero uccidere. Già ma poi cosa gli rimane? Per come vivono, noi gli siamo indispensabili perché il nostro controllo su di loro è totale. Non gli abbiamo lasciato nemmeno lo spazio per la ribellione“. La seconda mi è stata fatta durante una passeggiata pomeridiana. Suonava più o meno così:”Ti rendi conto che i politici di oggi stanno costruendo un futuro che per l’età che hanno non vedranno neanche?
Ci dobbiamo provare mettendoci ancora una volta in gioco. Perché questo Partito Democratico non dobbiamo farcelo costruire ma lo dobbiamo costruire. Non dobbiamo farcelo dare in eredità ma ce lo dobbiamo prendere. Non dobbiamo aspettare ma incalzare sui temi e sui valori. Perché il futuro è nostro e non di chi oggi ci racconta che la nostra casa ormai è brutta e cadente ma si dimentica di dirci perchè l’hanno ridotta così. Perché sia un Partito che rappresenti veramente la società, quella che noi conosciamo e che ci ritroviamo ad affrontare tutti i giorni, quella che è più avanti dei politici che pensano di rappresentarla.
Continuiamo a farlo insieme questo pezzo di strada: lo dobbiamo prima di tutto a noi stessi, alle battaglie che abbiamo fatto, alle idee nuove che abbiamo messo in campo, alla semplice e vera voglia di partecipare che abbiamo dimostrato in questi mesi.
 

No comment

Bersani su La Repubblica di oggi: “Nè Craxi nè Berlinguer nel Pantheon del PD”. Perchè? Risposta:”La storia del Novecento è già molto saputa e molto conosciuta. Oltrepassarla è il problema, non rinverdirla o riconsiderarla; questi sono esercizi che vanno lasciati agli storici”. Io in camera ho questo poster, 70×100

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Quindi, no comment!!!

Compagni di scuola

Ho letto il libro di Andrea Romano, Compagni di Scuola. E’ interessante. La sua teoria è che Veltroni, D’Alema e Fassino sono i rappresentanti di una famiglia politica, nata e formatasi con Enrico Berlinguer e svezzata da Occhetto (che ricambieranno cacciandolo dopo la sconfitta del 1994), che però non ha saputo mai mettersi in discussione né rinnovarsi, condannando, come dice l’autore, la propria tradizione al declino. Da sottolineare il passaggio sul Partito Democratico: “nel traguardo del Partito Democratico la leadership post comunista ha trasferito l’ennesimo sforzo di conservazione della propria unità familiare. Tutti insieme, ancora una volta, come siamo riusciti a fare a ogni svolta di una storia piena di insidie. Ieri la minaccia era la fine del comunismo, oggi è il declino della breve esperienza dei Democratici di Sinistra, ma ne usciremo come sempre uniti: tu terrai a bada la sinistra (D’Alema), tu indicherai un orizzonte leggendario (Veltroni), io in sala macchine (Fassino)”.
Si fa il Partito Democratico per non cambiare niente ma semplicemente per consentire a questa famiglia di stare uniti. Andrea Romano ha ragione: se non altro perché la nudità dei fatti lo dimostra. Nei paesi “normali” (altra citazione D’Alemiana) quando un partito non va elettoralmente si cambia la classe dirigente: qui noi cambiamo il partito. Il Labour Party ci ha messo vent’anni per tornare a governare e lo ha fatto solo dopo aver creato una nuova classe dirigente.  I Ds questo non l’hanno mai fatto. Su questo Romano è chiaro: “risulta perciò patetico e retorico allo stesso tempo l’invito a “un atto di generosità della nostra generazione” verso i giovani, formulato di tanto in tanto da Massimo D’Alema. Perché si è generosi nel controllo e nella cessione di un bene personale di cui si ritiene di disporre in piena autonomia, in base agli umori del momento. E perché è la responsabilità, e non certo la generosità d’animo, a qualificare una classe dirigente alla prova del mutamento“.
Sempre D’Alema al congresso della Sinistra Giovanile ci ha consigliato di bussare alle porte di questa classe dirigente. Il problema non è bussare ma capire la disponibilità del padrone di casa ad aprire: l’esperienza riminese mi insegna che il padrone di casa non solo non apre ma addirittura, per evitare che qualche infiltrato clandestino possa trovar delle comodità, fa sparire le poltrone dal tinello. E’ questo il concetto della politica non come responsabilità ma come bene personale: Rimini, anche in questo, docet!
 

Canzone del maggio

Questa me l’hanno mandata via e.mail dopo che hanno letto la mia risposta a Nando Fabbri

“E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti”.

(Fabrizio De Andrè, CANZONE DEL MAGGIO)

GRAZIE. E’ la nostra colonna sonora.

 

 

Salire, magari poco, ma salire da solo!

Mi hanno chiesto perché mi sono candidato. Prima o poi lo spiegherò. Comunque questi versi dal Cirano de Bergerac spiegano tutto:
 

LE BRET: Se tu provassi a mettere un po’ da parte questo tuo animo da moschettiere, Cirano, il successo e gli onori ti…
CIRANO: E che dovrei fare? Cercarmi un protettore? Trovarmi un padrone? Arrampicarmi oscuramente, con astuzia, come l’edera che lecca la scorza del tronco cui si avvinghia, invece di salire con la forza?
No, grazie.
Dedicare versi ai ricchi come qualsiasi opportunista? Fare il buffone nella speranza vile di vedere spuntare sulle labbra di un ministro un sorriso che non sia minaccioso?
No, grazie.
Mandar giù rospi tutti i giorni? Logorarmi lo stomaco? Sbucciarmi le ginocchia per il troppo genuflettermi? Specializzarmi nel piegare la schiena?
No, grazie.
Accarezzare la capra con una mano e annaffiare il cavolo con l’altra?
Avere sempre a portata di mano il turibolo dell’incenso in attesa di potenti da compiacere?
No, grazie.
Progredire di girone in girone, diventare un piccolo grande uomo da salotto, navigare avendo per remi madrigali e per vele sospiri di vecchie signore?
No, grazie.
Farmi pubblicare dei versi a pagamento dall’editore Sercy?
No, grazie.
Farmi eleggere papa da un concilio di dementi in una bettola?
No, grazie.
Affaticarmi per farmi un nome con un sonetto invece di scriverne degli altri?
No, grazie.
Trovare intelligente un imbecille? Essere angosciato dai giornali e vivere nella speranza di vedere il mio nome apparire sulle riviste letterarie?
No, grazie.
Vivere di calcolo, ansia, paura? Anteporre i doveri mondani alla poesia, scrivere suppliche, farmi presentare?
No, grazie. Grazie, grazie, grazie, no!
Ma invece… cantare, ridere, sognare, essere indipendente, libero, guardare in faccia la gente e parlare come mi pare, mettermi – se ne ho voglia – il cappello di traverso, battermi per un sì per un no o fare un verso!
Lavorare senza curarsi della gloria e della fortuna alla cronaca di un viaggio cui si pensa da tempo, magari nella luna!
Non scrivere mai nulla che non sia nato davvero dentro di te!
Appagarsi soltanto dei frutti, dei fiori e delle foglie che si sono colte nel proprio giardino con le proprie stesse mani!
Poi, se per caso ti arriva anche il successo, non dovere nulla a Cesare, prendere tutto il merito per te solo e, disprezzando l’edera, salire – anche senza essere né una quercia né un tiglio- salire, magari poco, ma salire da solo!

 

Dietro a un vetro

Qui dentro c’è TUTTO:

 “Lo so come ti senti. E’ come essere dietro a un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finchè ho capito che l’unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginarti di essere già vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti”.

Andrea De Carlo, DUE DI DUE.

La locomotiva

Se uno cresce ascoltando una canzone così, come fa a non diventare di SINISTRA?

“Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva
e sibila il vapore e sembra quasi cosa viva
e sembra dire ai contadini curvi il fischio che si spande in aria:
“Fratello, non temere, che corro al mio dovere!
Trionfi la giustizia proletaria!
Trionfi la giustizia proletaria!
Trionfi la giustizia proletaria!”

Francesco Guccini, La locomotiva.

 

La poesia

Ve la riporto perché a me è piaciuta molto:

“[...] Amo la poesia perché mi fa amare
e mi dona la vita
E di tutti i fuochi che muoiono in me,
ce n’è uno che brucia come il sole;
può darsi che non illumini la mia vita privata,
i miei rapporti con gli altri,
o il mio contegno con la società,
ma mi dice che la mia anima ha un’ombra

Gregory Corso, da “Scritto la vigilia del mio 32° compleanno”

E’ contenuta in una raccolta di Fernanda Pivano intitolata “Poesia degli ultimi americani”, edita da Feltrinelli che mi sono ritrovato nella mia libreria: l’aveva comprata mio padre allora diciottenne nel 1973.