Scritto in memoria di Luciano Chicchi

CHICCHI_COVER (1)La prima e sostanziale differenza che c’era tra me e Luciano Chicchi riguardava il modo di vestire. Lui sempre impeccabile, in giacca e cravatta in qualsiasi occasione. Io, al contrario, avevo i capelli lunghi legati in una coda e la barba incolta.
Non era di certo l’unica. Ve ne erano delle altre e, forse, persino più profonde di questa. Lui era un uomo adulto, di quarant’anni più anziano di me, cattolico, di gran fede e di stretta osservanza. Io, al contrario, seppur cresciuto in mezzo a una cultura cattolica già allora facevo trasparire senza alcuna vergogna, per indole e per natura, la mia diffidenza da tutto ciò che si richiamava al Vaticano e ai suoi derivati. Lui democristiano, io, invece, legato al pensiero delle socialdemocrazie europee, fedele ai principi dell’uguaglianza e della solidarietà.
Tutto questo non ci impedì, però, di instaurare un rapporto basato su un profondo rispetto.
Il nostro primo incontro risale al 2006, a seguito della mia nomina, da parte dell’allora Presidente della Provincia Ferdinando Fabbri, nel Consiglio Generale della Fondazione Carim.
Mi ritrovai catapultato, nemmeno trentenne, in quello che allora era ritenuto da molti il salotto buono della borghesia riminese. Devo ammettere che all’inizio scontai una certa amichevole diffidenza nei miei colleghi, vuoi per l’età piuttosto giovane rispetto alla media dei miei predecessori, vuoi perchè provenivo da una forza politica considerata da loro “comunista”: i Democratici di Sinistra che il comunismo l’avevano sepolto almeno 15 anni prima, senza alcun rimpianto. Questo mio peccato originale, di fatto oltre che antistorico nemmeno da me compiuto non avendo mai avuto tessere del Pci, in quell’ambiente aveva ancora un peso.
Luciano, però, passò oltre sia di fronte a queste naturali diffidenze sia alle più incisive differenze tra noi e mise in campo un atteggiamento che, a distanza di anni, potrei definire come protettivo nei miei confronti. Mi prese per mano e con pazienza mi guidò all’interno del mondo della Fondazione. Anzi, ad essere sinceri, lui fece di più: mi “coinvolse” in quel mondo.
Non fu certo un comportamento scontato da parte sua. Avrebbe potuto tranquillamente non farlo, sia per la mia irrilevanza in termini politici e culturali (contavo per uno in un consesso di 18 persone) sia per la mia relativa inesperienza: non avrei aggiunto niente di importante alla vita dell’Istituzione. Non lo fece però, e io gliene sono ancora oggi debitore.
Gli anni che l’ho frequentato, anche se pochi e in gran parte limitati agli appuntamenti istituzionali e a qualche colloquio privato, sono stati fondamentali per la mia crescita umana e politica. Da lui ho imparato la sottile arte di gestire i rapporti con persone di estrazione culturale diversissima dalla propria sia quella, tipica di un politico di razza quale Luciano era, di riuscire a creare il consenso sulle proprie proposte partendo da posizioni diversissime.
Per capire fino in fondo queste sue grandi capacità è necessario fare un breve inciso su cosa fosse, e forse ancora oggi lo è, la Fondazione Carim.
Era un luogo culturalmente omogeneo. Convivevano sotto lo stesso tetto la cultura cattolica, sia quella più rivolta a destra sia quella legata a un cattolicesimo di matrice riformista, quella liberale, quella repubblicana. Quella comunista si tollerava, quale male necessario o obbligato, perché lo Statuto prevedeva la nomina di un componente da parte della Provincia che, nel nostro territorio, era governata da forze che discendevano dalla tradizione del Pci.
Non può sfuggire, inoltre, che l’ente di Palazzo Buonadrata, nei suoi anni migliori, riusciva a investire sul territorio una somma di circa 4 milioni di euro che, se rapportati alle risorse a disposizione, ad esempio, del Comune di Rimini, erano di fatto poca cosa o, comunque, non in grado di cambiare gli equilibri istituzionali.
In questo quadro culturale, variegato e contrastante, Luciano Chicchi, per almeno quindici anni, riuscì non solo a trovare una sintesi efficace permettendo alla Fondazione di diventare uno snodo importante per le vicende pubbliche della nostra Provincia, ma addirittura la fece apparire indispensabile, dal punto di vista economico, ben al di sopra persino del suo effettivo peso.
Credo che lo abbia aiutato, in tutto questo, oltre che il suo talento innato, la provenienza da quella che io ritengo la più grande scuola politica del dopoguerra: la Democrazia Cristiana.
Luciano Chicchi era un vero democristiano, espressione della parte migliore di quel Partito, quella che non ricercava una mediazione finalizzata alla conservazione del potere ma, al contrario, dialogava tra le varie anime per ricercare un equilibrio che fosse la sintesi, per la collettività, più efficacie fra le varie posizione di partenza. In fondo l’essenza stessa della democrazia, che non è prevaricazione ma condivisione delle scelte.
Una scuola politica antitetica a quella da cui provenivo io, cioè quella del Partito Comunista. Lì ha sempre dominato il concetto del centralismo democratico e la mediazione avveniva più per imposizione che per reale convergenza di opinioni. A dirla tutta, poi, io mi sono formato politicamente nemmeno alla scuola del Pci ma bensì in quella dei Democratici di Sinistra, che di quella tradizione erano eredi ma portavano già in sé il vero male oscuro che ha condotto alla sconfitta più volte la sinistra in questi anni: l’arroganza del potere.
Luciano su di me ha avuto anche un’altra influenza: ha smussato gli angoli del mio pensiero politico, che era irruento, netto e un po’ rivoluzionario, frutto dell’inevitabile ribellione giovanile e della mia militanza in un Partito che aveva ancora un po’, anche se in dosi omeopatiche, il virus della rivoluzione.
Con lui ho capito che, forse, a volte più che le barricate e le rivoluzioni, è più efficacie la tranquilla forza di un fiume carsico, lento, quasi immoto, ma che scava galleria dove c’è la nuda roccia. In chiusura un piccolo ricordo, minimo e personale. Un ricordo, però, indicativo delle sue capacità umane. Durante i nostri colloqui ho sempre continuato a dargli del Lei, nonostante lui mi chiedesse ripetutamente di passare al più confidenziale Tu. Capivo il senso di quella sua richiesta, quella sua necessità di instaurare con me un rapporto più diretto. Io, però, devo ammettere che non ce l’ho mai fatta. Non che volessi mantenere un distacco, tutt’altro. Era la forma di rispetto che gli alunni devono ai loro maestri, superiori in cultura e competenze. Perché questo alla fine è stato per me: un maestro, anche se credo inconsapevolmente da parte sua, che mi ha insegnato l’arte della politica che, nonostante tutto quello che ci circonda, era e resta una di quelle cose che vale la pena ancora di fare.

 

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