“Il nostro dovere è quello di avere la memoria dei nostri padri per andare a costruire il Mondo nuovo”

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Care compagne, cari compagni,

qualche tempo fa, un esponente istituzionale locale, disse che la nostra è una “società gassosa”. Di fronte a tale affermazione mi venne da prendere la penna e gli risposi che probabilmente si sbagliava, perché la società attuale e tutt’altro che gassosa. La società moderna è, come sempre nella storia, netta e ben definita: da una parte i ricchi che sono pochi. Dall’altra i poveri che, ahimè, sono tanti.

 Si potrebbe condividere con alcuni quando sostengono che non esistono più le categorie sociali del Novecento a identificare chi ha molto e chi, invece, poco. E quindi termini quali “proletario”, “classe operaia” o “capitalista” possono apparire oggi desueti.  Ma la povertà e la ricchezza fanno parte della storia dell’uomo: e oggi questa distinzione la possiamo trovare fra i migranti, i disoccupati, oppure tra i ricchi manager delle grandi multinazionali.

 

E’ partendo da questo quadro sociale che si comprende meglio ciò che fu la vera rivoluzione della sinistra. Fece capire, infatti, alle persone che dal padrone non si andava con il capello in mano ma con la pari dignità. Iniziarono così le lotte che portarono a una progressiva riduzione, perlomeno nel mondo occidentale, delle diseguaglianze sociali fra ricchi e poveri e a una maggior redistribuzione delle ricchezze.

 

Oggi abbiamo dimenticato questa nostra funzione. Ha preso il soppravvento la logica della destra, che mira a fomentare il conflitto tra i poveri. Chi ci ruba il pane, è il ragionamento, non è il ricco che trattiene a sé il 90% delle ricchezze. E’ l’immigrato che viene a rubare quel poco di pane che tu hai. La sinistra è afona: raggiunto il Governo dei Paesi, pur di mantenerlo, ha scelto di perseguire politiche conservatrici nella speranza di tranquillizzare tutti. Ha perso la capacità di immaginare un futuro migliore. Confucio affermava: “Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno; insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita”. La destra è caritatevole, butta gli spiccioli, ti regala il pesce. La sinistra, invece, ti insegna a pescare e ti mette nelle condizioni di avere una canna da pesca. La destra mira a mantenere lo stato attuale delle cose, la sinistra immagina un mondo più giusto.

 

Lo snodo, vedete, è questo. La sinistra di oggi deve riprende a immaginare un futuro diverso, uscire da questa eterna narrazione che prevede solo l’affermazione di ciò che non siamo. O magari contro chi siamo. Contro l’austerity, contro l’omofobia, contro il razzismo. Uno slogan del 68 diceva “Siate realisti, chiedete l’impossibile”. Lasciamo, per un attimo, da parte la ragione e riconquistiamo il sentimento.

 

Non voglio farvi la retorica del mondo che sta cambiando, per il semplice fatto che il mondo è già cambiato. Oggi l’Europa sta diventando sempre più periferia mentre sta assumendo un ruolo sempre più da protagonista la Cina e tutto il Sud Est Asiatico. La Cina sta passando da grande Fabbrica del Mondo a nuova potenza economica mondiale. Un dato su tutti: dieci anni fa le esportazioni pesavano per il 36% del Pil, oggi pesano per meno del 20%. Nello stesso periodo, però, la ricchezza del cinese medio è raddoppiata, il settore dei servizi ha superato quello industriale come contribuzione al Pil e, negli ultimi due anni, fusioni e acquisizioni all’estero hanno conosciuto un’impennata. I cinesi comprano le grandi aziende italiane. Ci troveremo, quindi, a breve, un soggetto con un miliardo di abitanti che avrà una capacità di consumo pro-capite simile a quella dell’area occidentale, con il vantaggio di esserne grande almeno il doppio. La destra, di fronte a questo, alza i muri: lascia fuori l’immigrato, mette i dazi doganali, introduce parole quali ordine e sicurezza. La sinistra, invece, deve capire questo cambiamento e indirizzarlo progressivamente: siamo sicuri, ad esempio, che l’immigrato sia un problema e non una risorsa? Siamo certi che sia un problema se in un’area geografica che conosce una progressiva denatalità, arrivino popolazioni povere ma propense alla crescita demografica, e con una grande voglia di riscatto sociale ed economico? Forse, quel mondo che noi abbiamo affamato e oggi respingiamo, potrebbe servirci per riequilibrare una situazione che, inevitabilmente, finirà per schiacciarci.

 

L’altro tema sul quale la sinistra si gioca il suo futuro è il cambiamento del modello produttivo. Studi recenti dimostrano che entro il 2025 i robot svolgeranno un quarto delle mansioni in ogni settore manifatturiero con benefici per la produttività aziendale ma, inevitabilmente, con un calo della manodopera.

Di fronte a questo scenario potremmo adottare la strategia “luddista”, cioè distruggere le macchine, oppure tassarle maggiormente. Oppure immaginare un mondo in cui le macchine sono parte del processo produttivo ma il sistema scolastico, ad esempio, avrà nel frattempo formato tecnici per la loro gestione. Se ci pensiamo bene, anche quando fu introdotta la locomotiva, probabilmente i guidatori dei carri qualche motivo di lamentela l’avevano: la società, però, formò i macchinisti. E le lotte sociali successive ne migliorarono le condizioni. Stessa cosa per i dattilografi a seguito dell’introduzione del computer. Negli ultimi duecento anni di questi esempi se ne potrebbero fare a migliaia. La sinistra non può essere nemica del cambiamento: deve fare in modo che questo cambiamento migliori la vita di tutti e non solo di qualcuno.

 

Di fronte alla svolta epocale la politica nazionale si è ridotta a discutere di Federalismo e di maggiori poteri alle Regioni. Con il federalismo abbiamo realizzato forse la più grande opera di diseguaglianza sociale per via legislativa oggi vigente in Italia. Basta prendere come esempio la Sanità e il Welfare per accorgersi di quale differenza esista fra una Regione e l’altra. Mentre in Emilia Romagna possiamo vantare prestazioni all’altezza di un Paese civile, altrettanto non lo possiamo dire per le regioni del Sud. Stesso discorso potremmo farlo per la tutela del paesaggio e del territorio. In alcune Regioni sono state introdotte normative restrittive sull’utilizzo del suolo, in altre, invece, viene legittimato il cosidetto “abuso di necessità”.

Il federalismo, così come concepito dal centro sinistra nel 2001, ha portato solo inefficienze e scarso vantaggio complessivo per il nostro Paese. Per darvi un esempio, al recente Expo che si è tenuto ad Astana, dedicato al tema dell’Energia, ciascuna Regione ha presentato il suo progetto nel settore, con annesso via vai di assessori, sindaci e presidenti vari. Così di fronte all’immensità del colosso cinese e alla sua economia pianificata, noi avevamo iniziative quali «L’Umbria sbarca ad Astana 2017», «La Liguria protagonista all’Expo di Astana», «Astana Expo, ecco le eccellenze laziali”. Provate a immaginare quale forza può avere la nostra Regione, che per popolazione è grande come una media città cinese.

 

Questo federalismo straccione porta con sé, poi, un’evidente incapacità delle classi dirigenti locali ad uscire dal piccolo ambito in cui operano e aprirsi al mondo sempre più interconnesso. Non è di molto tempo fa la polemica fra Rimini e Forlì per stabilire quale fosse il vero e unico aeroporto della Romagna. Mentre tutti noi eravamo impegnati a dipanare questo intricato dilemma, ci siamo dimenticati di giocare da protagonisti la partita della Nuova Via della Seta.

Di cosa si tratta? E’ presto detto: nel 2013 il governo cinese si pone l’obiettivo di migliorare i collegamenti e la cooperazione fra l’Asia e l’Europa. Viene costituita la Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture dotata di un capitale di 100 miliardi di dollari. L’obiettivo di questo progetto è quello di aprire due direttrici di traffico fra l’Europa e l’Asia, una terrestre e una marittima. Quella marittima dovrebbe passare attraverso il Canale di Suez, per arrivare al Meditteraneo, transitare per il Pireo, che nel frattempo è diventato interamente cinese e sbarcare in Italia, usando l’Adriatico come porto di destinazione. Noi discutevamo di Aeroporto ma forse era meglio se avessimo discusso di Porto, magari quello di Ravenna, e di come farlo diventare il punto finale della Nuova Via della Seta. Ciò avrebbe voluto dire, banalmente, nuove vie di comunicazioni terrestri e ferroviarie, più occupazione, più ricchezza da redistribuire, insomma, una crescita locale non indifferente. Abbiamo guardato l’ombelico e così il ruolo di porto principale dell’Adriatico se l’è preso Trieste.

 

Mi avvio alla conclusione, con una provocazione che riguarda la politica fiscale. Non faccio grandi giri di parole: per realizzare una vera politica redistributiva occorre pensare a una sostanziale modifica dell’imposta di successione. Questo tipo d’imposta è stata utilizzata, per tutto il secolo scorso, come strumento di riequilibrio della ricchezza. Poi, con il tempo, sia per una certa opposizione politica, ma anche per una maggior mobilità dei capitali che ne ha favorito l’elusione, la sua importanza si è via via affievolita. La Banca di Italia ha stimato che la ricchezza ricevuta in eredità sia tra il 30% e il 55% della ricchezza totale delle famiglie. Non si diventa ricchi ma bensì si nasce ricchi. E questo fenomeno è talmente concentrato che il 5% delle famiglie riceve il 50% dell’eredità. Una moderna forza di sinistra deve affrontare questo tema spiegando, però, che queste risorse non saranno destinate a coprire l’immenso debito pubblico o a finanziare varie inefficienze nostrane ma bensì, ad esempio, per migliorare il sistema scolastico piuttosto che quello sanitario o dell’infanzia.

 

L’ho detto all’inizio e lo ribadisco qui in chiusura: il nostro compito più alto, in questo periodo storico, è quello di pensare a una società diversa, di dare alle persone una speranza. E’ il nostro dovere, di donne e uomini di oggi è quello di avere sempre la memoria dei nostri padri, ciò che hanno fatto per noi, la libertà e la ricchezza che ci hanno dato e di usare questa memoria per andare a costruire il mondo nuovo, nell’interesse non solo nostro ma, soprattutto, dei nostri figli. Grazie.

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