La deriva oligarchica per via costituzionale.

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C’era quel tale, che di virtù umane se ne intendeva, che sosteneva che a pensar male si faceva  peccato però si arrivava alla verità. In questo senso, la scansione temporale che porta alla riforma costituzionale dà da pensare. Nel 2013 la banca d’affari JP Morgan pubblica un report in cui ci si lamenta sia del fatto che la nostra Costituzione è fortemente influenzata dalle idee socialiste sia del fatto che i sistemi del Sud Europa (compreso il nostro) hanno esecutivi deboli nei confronti dei Parlamenti, troppe tutele costituzionali per i lavoratori, e un fastidioso diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi.


Da lì a poco il Governo Letta incomincerà ad adoperarsi per arrivare  alle riforme costituzionali. Lungi da me l’idea di introdurre una teoria del complotto nella prossima scadenza referendaria. Però questo episodio conferma ulteriormente il fatto che il prossimo 4 dicembre ci giochiamo la qualità della nostra democrazia.

E’ indubbio come, negli ultimi anni, abbiamo assistito a un lento scivolare del nostro Paese verso una forma di governo oligarchica. Il combinato disposto della riforma costituzionale e dell’Italicum è l’ultimo tassello di un disegno che vuole concentrare il potere effettivo nelle mani di una minoranza. L’Italicum, in fondo è lo strumento ideale per fare questo: un Partito di minoranza nel Paese che diventa maggioranza in Parlamento. Una minoranza che si fa maggioranza la quale sceglierà i propri parlamentari e tutti gli organi di garanzia costituzionale: Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, CSM.

Tutto questo, si dice, serve in nome della governabilità, della stabilità e della crescita del Paese. La Storia, però, smentisce che la durata del Governo è condizione indispensabile per stare meglio. Durante il “miracolo economico” italiano, ad esempio, alla guida del Paese si sono succeduti 21 governi. In Spagna ci hanno messo un anno per trovare una soluzione alla guida dell’Esecutivo e l’economia, nel frattempo, è cresciuta quattro volte in più di quella italiana. Il Belgio è stato due anni senza Governo e non risultano, alle cronache, carestie particolari in quel Paese. Se proprio vogliamo parlare di Governi stabili, si può citare quello della Thatcher: undici anni di regno incontrastato a prezzo di una macelleria sociale senza precedenti. Certo, ci sono anche Paesi con Governi stabili ed economie solide: la Russia di Putin oppure la Repubblica Popolare Cinese. Dispiace dirlo ai fautori della riforma, ma la prosperità di un Paese moderno dipende principalmente dalla qualità della sua classe dirigente, non dal suo assetto costituzionale.

Nell’epica della Riforma trova pure posto la presunta obsolescenza della nostra Carta Costituzionale. 70 anni sono troppi. Va aggiornata, si dice. Negli Usa la costituzione risale al 1789 e nessuno si è mai sognato di dire che non va più bene per i tempi che corrono. Poi, ancora, come non evidenziare la bugia del bicameralismo troppo lento? Oggi una legge ordinaria viene approvata in 53 giorni, un decreto convertito in 46 giorni. Quando i nostri legislatori vogliono fare in fretta, generalmente per fregarci, sono pure bravi: Legge Cirami 119 giorni, Lodo Alfano 25 giorni e Legge Fornero, addirittura, 19 giorni.

Potrebbe avversarsi, forse, la tesi di Marx per la quale la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa. La nostra piccola Nazione ha già conosciuto un combinato disposto poco fruttuoso. E’ quello fra lo Statuto Albertino e la Legge elettorale Acerbo. Quest’ultima, che ricorda molto l’Italicum, prevedeva sia un premio di maggioranza di 2/3 dei deputati al Partito che superava il 25% dei voti sia la possibilità di candidature multiple in più circoscrizioni. Correva l’anno 1924 e furono le votazioni che spalancarono le porte al Ventennio. Se è vera la tesi di Marx per la tragedia abbiamo già dato: ci aspetta ora la farsa.

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