La riforma costituzionale, la fine del federalismo e il ritorno allo Stato Centrale

Una volta approvata, la nuova Costituzionae segnerà la fine del federalismo e il ritorno al vituperato centralismo dello Stato. Sia chiaro: visti i risultati, la sua scomparsa non sarà un fatto del tutto negativo. Ciò che non va, però, è la bugiarda propaganda elettorale dei sostenitori del SI che decantano una “maggior chiarezza nei rapporti fra Stato e Regioni” e “l’aumento della rappresentanza degli Enti Locali in Parlamento e in Europa”.

Ristabiliamo ordine negli slogan. Sulla chiarezza nei rapporti dubbi non ve ne sono: lo Stato legifererà su tutto e le Regioni su quasi niente. Sarà archiviata sia la “legislazione concorrente” delle Regioni, cioè il potere di quest’ultime di legiferare su determinate materie nel rispetto dei principi fondamentali previsti dallo Stato, sia la cosiddetta “legislazione esclusiva residuale”, che prevede un potere legislativo esclusivo in capo alle Regioni con solo l’obbligo del rispetto dei principi costituzionali.

Lo Stato si riprenderà, dunque, la competenza “esclusiva” su moltissime materie che oggi sono tipicamente regionali (il controllo del territorio, ad esempio) anche se solo per “dettare disposizioni generali e comuni”. Cosa siano queste disposizioni non è dato sapere, se non che è una dicitura talmente fumosa che contribuirà ad aumentare il contenzioso Stato-Regioni.  Sparisce la “legislazione concorrente” che diventa unicamente statale e si riduce la “legislazione esclusiva” delle Regioni a quelle materie simili alle “varie ed eventuali”: rappresentanze delle minoranze linguistiche (!) oppure di promozione dello sviluppo locale (probabilmente aprire uffici di corrispondenza in ricche capitali europee). Non pago, per evitare rischi, lo Stato si riserva per se una clausola salvacondotto: infatti, qualora “lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”, il Parlamento centrale o chi per lui può legiferare in materie non di sua diretta attribuzione o, addirittura, di esclusiva competenza regionale. Un esempio concreto: la trivellazione in mare.

Sull’aumento di rappresentanza degli Enti locali in Parlamento e in Europa c’è da mettersi a ridere. Il Senato riformato (la futura Camera delle Regioni), non avendo potere legislativo, non potrà produrre leggi in attuazione a direttive Europee. Quindi, zero voce in capitolo su materie europee. Che poi il Senato sia il luogo delle rappresentanze regionali è quasi più giusto in punta di ironia che in punta di diritto. Sarà composto da cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica per “altissimi meriti in campo sociale, artistico, scientifico, letterario” che prescindo, come logico che sia, dalla provenienza territoriale. I restanti 95 in base alla popolazione delle Regioni, scelti fra consiglieri regionali o sindaci i quali, notoriamente, sono più espressione di un territorio che di una Regione, e ai quali guarderanno con favore al momento di assumere decisioni o iniziative. Altroché Camera delle Regioni, ci troveremo di fronte ad una Camera dei localismi!

Si diceva, dunque, all’inizio della bugia che pervade la propaganda sul ritrovato ruolo degli enti locali. Una bugia voluta per nascondere la riduzione di spazi di democrazia che è l’unico filo conduttore di questa riforma costituzionale: non paghi dell’abolizione del voto per le Provincie, ci ritroveremo con Regioni depotenziate che indubbiamente meno il Capo del Governo. Regioni che saranno una sorta Super-Provincia, con l’unico scopo costituzionale di coordinamento fra i vari Comuni. In più, al loro interno, saranno dilaniate da rivendicazioni territoriali che non troveranno rappresentanza nella fantomatica Camera delle Regioni. Ma il “divide et impera”, si sa, funziona dai tempi dei Romani.

(pubblicato su La Voce di Romagna, 17 ottobre 2016, pag. 6)

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