“Alla fine apparteniamo a un unico genere: quello umano” – Intervento Rotary del 28 aprile 2016

Care amiche, cari amici,
prima di iniziare questa strana avventura che mi vede qui protagonista questa sera, vorrei, da principio, porgere un ringraziamento tutte quelle persone che l’hanno resa possibile. Il mio ringraziamento va, quindi, al Rotary di Rimini, ai suoi iscritti, a voi qui presenti e al Vostro Presidente. Mi sia consentito, però, di formulare un particolare ringraziamento a un amico che si è adoperato affinchè tutto questo potesse succedere: l’arch. Mauro Ioli al quale è venuto in mente, dimostrando di avere un certo spirito temerario, che io fossi la persona adatta a presentare una piccola ricerca nata, in maniera incosciente, senza nessuna pretesa di essere scientificamente esaustiva, ma solo con lo scopo di dare una rappresentazione storica a un pensiero da esprimere. Sono consapevole, quindi, di avere di fronte un grande compito da portare a termine questa sera: essere all’altezza delle aspettative in me riposte.
Proprio per questo, comincio subito giustificandomi: tengo a precisare che non sono uno storico. Lo dico anche per tranquillizzare tutti gli storici, soprattutto locali: non mi fregio di tale titolo. Sono e rimango un umile ragioniere di provincia. Anche perché dello storico non ho la struttura mentale: lui è abituato a raccontare gli accadimenti umani, ad elencarli e a metterli in relazione. Non esprime un giudizio ma li descrive semplicemente. Io, invece, faccio tutt’altro: io uso la storia per fare politica ed esprimo, quindi, sugli accadimenti umani un giudizio che è influenzato, inevitabilmente, dal mio pensiero e dai valori in cui credo. Sono un uomo di sinistra, profondamente antifascista e quindi voi tutti potete immaginare qual è il mio approccio ad un periodo storico come quello raccontato in questo umile libercolo.
Fatta questa doverosa premessa credo che sia utile raccontare, brevemente, la genesi di questo lavoro. L’idea era quella di fare una semplice strenna natalizia, da inviare ai miei amici e ai miei clienti. Non volevo far ricorso alle solite formule un po’ stereotipate destinate ad essere rapidamente dimenticate dai destinatari, perché uguali alle centinaia già ricevute.
Ho cercato, quindi, di trovare un tema sul quale lavorare e sviluppare un’idea che fosse un po’ diversa dal solito. In quel periodo mi è saltata agli occhi, probabilmente letta da qualche parte, questo bellissimo pensiero di Cesare Pavese che dice che “Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi, quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia”
Ho trovato, quindi, il tema centrale sul quale sviluppare tutto il mio piccolo lavoro: la Memoria. Il resto, poi, è venuto da sé. E’ bastato poco, infatti, per rendersi conto che nel 2015 ricorreva il settantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale che, per violenza e forza distruttrice, è di più quanto tragico si ricordi nella storia umana.
Ho ricercato, quindi, il senso vitale del nostro recente passato e l’ho trovato in alcune relazioni che raccontano la distruzione della Guerra nella nostra città.
Il mio è stato, quindi, nulla più che un esercizio di recupero della nostra memoria recente, con due semplici obiettivi. Il primo è quello di MONITO per non ripetere gli errori del passato. Oggi si parla con troppa facilità di guerra, solo perché si combatte in territori lontani. A rileggere oggi quelle relazioni si capisce fin da subito l’orrore delle devastazioni belliche. Ma non solo! La lettura di quelle relazioni ci fa comprendere come la più grande conquista della Pace Mondiale sia l’Unione Europea, che spesso bistrattiamo per i suoi mille difetti ma che ci ha consentito di vivere in tranquillità in questi ultimi settant’anni, superando quell’odio che tanta distruzione ha causato nel Novecento.
Vi invito, su questo, a fare un piccolo esercizio di immaginazione. C’è una foto famosissima che ritrae un soldato che pianta la bandiera dell’Unione Sovietica sul palazzo del Reichstag. E’ il 02 maggio 1945. Hitler si era suicidato pochi giorni prima, il 30 aprile. L’Europa non esisteva più. E’ il punto più basso della nostra storia. Oggi, a distanza di 71 di quella bandiera non resta più niente. L’Unione Sovietica sparita. La Germania non è più divisa. L’Europa è in pace.
Il secondo obiettivo che mi sono posto era quello di utilizzare il ricordo storico come elemento di speranza per i tempi di oggi. Noi viviamo in un momento di grande crisi economica, checché ne dica qualche imbonitore piazzato ai posti di Governo. Richiamare la tragedia della guerra sul nostro territorio, raccontare di una distruzione ben maggiore di quella odierna, ha il compito di dire che se ce l’abbiamo fatta allora, allora ce la possiamo fare anche oggi perché in fondo siamo parte di un grande Paese e di una grande città.
Su questa premessa cercherò di sviluppare una breve digressione sul contenuto delle relazioni allegate al presente lavoro.
Un piccolo quadro storico generale, nel quale calare la realtà che andrò tra breve a descrivere. Il 10 luglio 1943 le truppe alleate, al comando del generale britannico Harold Alexander sbarcano in Sicilia. La leggenda narra che, tra l’altro, lo sbarco vide la fattiva collaborazione della mafia, per tramite del boss mafioso americano Lucky Luciano. Leggenda, appunto, che non trova riscontro nei documenti ufficiali. L’importanza militare dello sbarco fu limitata, anche perché i tedeschi offrirono una strenua difesa. Fu, però, molto più importante sul piano politico: il 25 luglio 1943, infatti, il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciò Benito Mussolini, che fu arrestato l’indomani e il suo posto fu preso dal maresciallo Badoglio. Il resto è storia conosciuta: l’8 settembre 1943 il Generale Dwight Eisenhower diede notizia dell’armistizio firmato il 03 settembre precedente dalle forze armate italiane. Il Re e il Governo pensarono bene di scappare a Brindisi lasciando Roma e l’Italia in mano ai tedeschi. Per chi volesse approfondire il periodo che va dal 25 luglio all’8 settembre 1943 consiglio di leggere il libro L’Estate degli Inganni di Adelchi Battista nel quale viene fuori un quadro penoso del Re e del Maresciallo Badoglio i quali avevano quale unico scopo quello di salvare la propria pelle dall’ira dei tedeschi, addirittura facendo il doppio gioco prima con gli alleati e poi con i tedeschi i quali, nel frattempo, nel dubbio avevano già provveduto ad inviare le truppe d’occupazione. Il 12 settembre Mussolini fu liberato dalle truppe tedesche. Il 23 settembre 1943 fu proclamata la nascita della Repubblica Sociale Italiana, con sede a Salò: di fatto uno Stato fantoccio nelle mani di Hitler. Rimini, ovviamente, faceva parte della Repubblica di Salò. E’ in questo quadro, quindi, che si colloca il primo bombardamento alleato di Rimini.
Perché bombardarono Rimini? Il motivo è facile da intuire. Perché qui passava lo snodo ferroviario che collegava la costa adriatica con Bologna, e quindi l’alta Italia e Ravenna. Poi era il punto di intersecazione tra la via Emilia e la via Flaminia e la via Marecchiese che collegava la costa adriatica con quella Tirrenica. Era, quindi, un punto di collegamento strategico e la sua distruzione avrebbe messo in difficoltà le forze tedesche. La linea Gotica ancora non c’era, sarebbe venuta solo l’anno successivo come vedremo, poi, dopo.
La data fatidica è il 01 novembre 1943. Nella relazione che il commissario prefettizio Ughi rende al Capo della Provincia si legge che l’incursione aerea avviene alle ore 11,50 circa. Scrive “gli apparecchi nemici, provenienti dal mare in formazione di tre squadriglie di 6 apparecchi ciascuna […] si diresse sulla Città nelle direttrici di Viale Cormons e Viali Mantegazza- Trieste”.
Noi sappiamo che gli apparecchi dovevano essere probabilmente 28 bimotori B.25 Mitchell che sganciarono circa una quarantina di tonnellate di bombe ad alto esplosivo. Dove sganciarono queste bombe? Le prime in mare le altre in una zona compresa fra viale regina Elena, viale Cormons, Viale Mantegazza, Zona della ferrovia compresa via Destra del Porto e Via Roma, via Gambalunga, Via Clodia, Ponte di Tiberio. La zona attorno alla ferrovia, di fatto. La relazione scrive che furono “gettate bombe anche nella zona tra Rimini e Viserba, località Sacramora, senza danni perché cadute in aperta campagna”.
Vi elenco i danni di quel bombardamento:
Danni alle persone:
68 morti, 69 feriti accertati ma, in realtà, il conteggio delle vittime era provvisorio perché molti morti erano ancora sepolti sotto le macerie, in particolare nella zona di via Cormons dove c’era un alto numero di sfollati.
In questo primo bombardamento viene colpito anche il rifugio antiaereo situato in quella che oggi si chiama Via vittime civile di guerra, realizzato dalla Croce Verde. 29 morti solo in quel luogo.
Danni alle case:
- 35 case distrutte totalmente,
- 25 case distrutte parzialmente
- 40 case inabitabili
- 40 case lesionate ma abitabili
Servizi pubblici interrotti:
- Servizio del filobus;
- Servizio telefonico nella zona colpita dal bombardamento;
- Servizio del gas, dell’acquedotto zona mare e servizio di illuminazione
Vi accorgerete, nel leggere la relazione, che al di là della mera conta dei danni, nonostante il linguaggio burocratese utilizzato, traspare dalle parole tutto l’orrore che una tragedia simile può generare. Tanto per dire, ad un certo punto si legge che “furono nel primo pomeriggio attuate le direttive già preordinate per il riconoscimento delle salme e per la redazione degli atti di decesso, per la provvista di casse funebri in eccedenza a quelle già accantonate e il blocco del maggior legname occorrente”. Pensate a questo fatto: c’era un ufficio, probabilmente comunale, che aveva pensato ad accantonare, giorni e mesi prima, delle casse da morto proprio in previsione di futuri bombardamenti. Un ragioniere che aveva fatto una sorta di bilancio preventivo su quanti morti poteva causare un bombardamento!
A parte questa considerazione, che però è utile per capire come la guerra sia una tragedia in fondo dotata di una sua razionalità e di una sua efficienza seppur macabra, occorre evidenziare che, probabilmente, il bombardamento ebbe effetti devastanti dal punto di vista delle vite umane anche in ragione del fatto che avvenne proprio nel momento in cui si stava provvedendo all’evacuazione della prima linea delle abitazioni sul mare. Una evacuazione che stava avvenendo in carenza di mezzi e, soprattutto di mano d’opera perché era stata requisita, come scrive il commissario prefettizio, per destinarla a “opere militari germaniche”. Rimini, il 01 novembre 1943 era una città che stava fuggendo dalla morte.
Nonostante l’insormontabile difficoltà e di duro sacrificio del momento, il Commissario dichiara che non si sono verificate scene di panico, la popolazione ha mantenuto un atteggiamento calmo, anche se non tutto è funzionato alla perfezione. Di cosa si lamenta il Commissario?
1. Della scarsa partecipazione volontaria della popolazione ad aiutare nella rimozione delle macerie e nel salvataggio dei feriti, nonché nell’estrazione delle salme. Si imputa questa scarsa partecipazione alla “novità del triste avvenimento”, “alla sorpresa dell’incursione improvvisa”, “alla preoccupazione di molti di correre alla ricerca dei congiunti e di predisporre lo sfollamento rapido delle proprie famiglie”. Per evitare questo, il Commissario dispone che i vigili urbani “fermassero e precettassero nuclei di giovani inoperosi per costringerli al lavoro”
2. Del fatto che l’UNPA non ha funzionato a dovere. Cos’era l’UNPA? Era l’Unione Nazionale Protezione Aerea, di fatto un organismo, su base volontaria, molto simile alla nostra attuale Protezione Civile, che aveva il compito di occuparsi dell’informazione preventiva sul comportamento in caso di bombardamento, gestire i rifugi antiaerei nonché di cisterne d’acqua interrate per uso antincendio, mantenere i contatti tra le varie squadre al lavoro (il più delle volte utilizzando messaggeri appiedati, con ordini dati direttamente a voce) negli interventi dopo i bombardamenti per le rimozioni delle macerie ed il soccorso dei feriti, coadiuvare nell’identificazione dei morti estratti dalle macerie. Perché l’UNPA non aveva funzionato? Perché il suo comandante, nel bombardamento, aveva avuto distrutta la casa nella quale c’era l’unico suo figlio che, di fatto, era morto davanti a lui. Nella relazione si legge che il comandante, “riavutosi, si presentò a me nel pomeriggio, ma ritenni umano e necessario, nelle sue condizioni di dispensarlo dal servizio, che passò temporaneamente all’ufficio tecnico comunale”.
3. Degli episodi di sciacallaggio, seppur sporadici.
4. Del fatto che le squadre di intervento potevano intervenire solo al termine del bombardamento e non anche durante;
5. Dello scarso numero di agenti di Carabinieri e di Pubblica Sicurezza presenti in città.
La relazione si chiude con una preghiera: “Faccio voti che Rimini resti la sola a subire i lutti e i dolori di simile sciagura e prego Vostra Eccellenza di voler dare, nel limite del possibile, alla mia Città ogni Vostra assistenza e conforto”.
Una preghiera che cadrà, evidentemente nel vuoto. Già il successivo 26 novembre ci sarà la seconda incursione aerea sulla città. Il numero esatto dei bombardamenti su Rimini non si ha, perché il loro conteggio avveniva in modo differente, soprattutto per quanto riguardava i bombardamenti plurimi in una giornata. Si tende a considerare che furono 388, sulla base di un conteggio fatto dal sindaco Clari, nell’aprile del 1945. I morti accertati saranno circa 600 solo tra la popolazione civile. Nella gestione della città durante i bombardamenti furono commessi anche una serie di tragici errori. Il principale fu quello della dislocazione dei rifugi, che erano inadeguati. A testimoniarlo sono oggi le lapide che ci sono nei locali del convento di San Bernardino – 56 vittime nel 1943 oppure la stessa via Vittime Civili di Guerra, dove c’era un rifugio della Croce Verde centrato dalle bombe alleate con decine di persone sepolte vive. Un altro era in via Montefeltro, nella casa della famiglia Cecchi centrato da bombe alleate che fecero 29 morti, tra cui tutti i componenti della famiglia Cecchi.
La guerra ovviamente continua e nel 1944 i tedeschi creano la Linea Gotica. Che cos’era la Linea Gotica? Era una linea fortificata  difensiva voluta dal fedelmaresciallo  Albert Kesselring nel 1944 con lo scopo di rallentare l’avanzata dell’esercito alleato comandato dal generale Harold Alexander verso l’Italia Settentrionale. Idealmente andava da Massa Carrara fino a Pesaro, seguendo di fatto la linea dell’Appennino e terminava poi a Rimini, dove c’erano degli approntamenti difensivi. Che funzione aveva? Fondamentalmente quella di vendere cara la pelle. L’idea, infatti, era quella di proseguire la tattica della “ritirata combattuta”, già attuata dai tedeschi fin dai primi sbarchi alleati in Sicilia, per infliggere al nemico il maggior numero di perdite ed impedire che gli Alleati arrivassero al Brennero e, di fatto, poi all’Europa Centrale. Funzionò? Beh, direi di sì. Gli alleati idearono un piano per sfondare la linea nel settembre del 1944 ma di fatto si arrestarono quasi subito, dopo aver conquistato ampie fetta di territorio, tra cui appunto Rimini. Ma poi si bloccarono e si mossero solo a partire dal 21 aprile 1945 quando lanciarono l’offensiva alleata di primavera che li porteranno poi a Milano. Perché si fermarono per così tanto tempo? Perché la Campagna di Italia aveva perso, di fatto, interesse in seguito allo sbarco in Normandia del giugno 1944. La corsa, adesso, era arrivare per primi a Berlino, non certo liberare l’Italia.
Rimini fu liberata il 21 settembre 1944, dalle divisioni greche, appoggiate dai carri armati neozelandesi.
A questo punto inizia il conto dei danni. E la prima relazione viene resa dal sindaco Arturo Clari, il 27 novembre 1944. Mi sia consentita una piccola digressione sulla figura di Arturo Clari. Di lui si sa poco, dei sindaci del primo dopoguerra è uno dei meno osannati o richiamati. Era un socialista e fu l’ultimo sindaco di Rimini prima dell’avvento del regime fascista. Nel 1944 era, quindi, un uomo adulto, diciamo pure anziano. Perchè fu scelto? Innanzitutto mi corre l’obbligo di dire che il Sindaco fu scelto dal Comitato di Liberazione Nazionale, che riuniva i poteri del Consiglio Comunale. Fu scelto per due motivi:
- il primo è che era l’ultimo sindaco democraticamente eletto prima dell’avvento del fascismo;
- il secondo è che non esisteva a Rimini una classe dirigente pronta a prendere il governo della città. Il fascismo aveva, di fatto, cancellato la possibilità di formare classe dirigente. Questo è dimostrato dal fatto che il sindaco successivo, Cesare Bianchini aveva neanche trent’anni e quello successivo, Walter Ceccaroni di anni ne aveva 27.
La giunta che si scelse Clari aveva una età media inferiore ai 30 anni. Tra gli assessori c’era un giovane Alberto Marvelli, di appena 26 anni, sulla cui figura credo sia superfluo aggiungere altro.
Che città era quella che usciva dalla guerra? Una città di fatto morta. In un promemoria inviato nell’aprile del 1945 dal Sindaco al Ministero degli interni si legge: “distrutta per quattro quinti la Città dei trecento bombardamenti subiti, crollata la sua attrezzatura turistico balneare, sconvolta l’agricoltura dall’irrigidirsi per circa un mese della battaglia asperrima sul suo territorio, depredati il bestiame e le cose, demolita la struttura dei pubblici esercizi, dispersa la ricchezza pubblica e privata e impoverita la popolazione, tutte le risorse di Rimini sono rimaste troncate e inaridite”. Rimini era la Grande Mutilata di Italia.
Quasi tutti i riminese erano sfollati
La prima conta dei danni viene fatta il 27 novembre 1944, in una relazione inviata dal Sindaco al Ministero degli interni.
Fabbricati completamente distrutti 35%
Fabbricati gravemente lesionati 40%
Fabbricati lesionati e riparabili 23%
Fabbricati illesi 2%
Vi faccio una breve elencazione dei fabbricati distrutti:
Municipio: quasi totalmente distrutto e gli arredi sono dispersi
Acquedotto urbano. Distrutto. Si legge “l’alimentazione idrica è fornita quasi totalmente da pozzi di dubbia potabilità”
Fognature. Quasi completamente distrutto il sistema fognario
Ospedale civile. In parte distrutto e la rimanente parte gravemente danneggiata. Attrezzatura e arredamento in parte distrutto o asportato
Così come erano distrutti il Lazzaretto, il Dispensario Antitubercolare, Stazione di Disinfezione
Chiese. Tranne due, tutte distrutte e inagibili, compreso il Tempio Malatestiano che viene definito “parzialmente distrutto”
Attrezzature turistico balneare. Sona da considerarsi per 4/5 distrutte o disperse.
Teatri e locali di pubblico spettacolo. Si legge “Il Teatro Comunale, uno dei massimi di Italia parzialmente distrutto: arredamento in gran parte distrutto o asportato. Teatro Politeama distrutto.
La situazione alimentare non è migliore. Viene definita “Tragica”. La popolazione vive con 200 grammi di pane al giorno. Manca la carne, i grassi l’olio, il sale e tutto il resto.
La popolazione rientrata in città, si legge, vive “in condizioni paurose di agglomeramento e di amorale promiscuità. La popolazione è ricoverata, dorme, mangia, lavora, si riproduce, soffre e muore in edifici nella maggior parte lesionati o sconnessi, senza vetri, aperti alle intemperie, privi di riscaldamento, in ambienti angusti e anche sotterranei, umidi e malsani, con una densità che raggiunge e a volte supera la percentuale di una persona per ogni metro quadrato e mezzo di superficie”
Non ci sono i vestiti e con l’inizio della stagione invernale la situazione sta diventando drammatica. E poi ci sono le epidemie. Quella di Tifo, con circa 400 casi accertati più quelli che non vengono denunciati. Mancano tutti i medicinali per contenere l’epidemia. Riappare la Malaria, che era scomparsa nel 1932, anche grazie alle acque stagnanti dei crateri delle esplosioni.
In tutta questa enorme tragedia,
La popolazione, come scrive il Sindaco, “ha dimostrato calma, spirito di sacrificio, volontà di rinascita, dignità nella sventura, riserve di energie morali da poter essere additata in esempio alla Nazione”.
Il sindaco stesso, nel rivolgersi al Governo dell’Italia liberata, dimostra una forte dignità. Infatti scrive “Rimini non intende elemosinare un aiuto; essa vuole rivivere colla necessaria assistenza del Governo che domanda sia concessa con umana comprensione, con animo fraterno, con adeguata larghezza”.
Questa è la nostra città al termine della Guerra. Il resto lo faccio leggere a voi se volete. In questa distruzione, in questo dolore però c’è una popolazione che vuole risorgere. Vi leggo, e poi prometto di non annoiarvi più, un passaggio che scrive la Commissione incaricata di redigere il nuovo Piano Regolatore nel 1945: “Di fronte alla possibilità concreta che oggi ci si offre di vedere in un non lunghissimo ciclo di anni risorgere più bella, più grande, più prospera la nostra città, noi dobbiamo credere: credere in noi stessi, credere in quanti lavorano con noi, credere soprattutto nel successo. Poiché una cosa soprattutto deve l’attuale tragedia averci insegnato: che per i popoli poveri e per le città percosse solamente il lavoro di tutti, l’unione delle volontà, le forze morali costituiscono le poderose leve dell’avvenire”.
Mi avvio concludere. Dicevo all’inizio che io non faccio ricerca storica ma bensì politica. E allora la memoria storica serve, come si diceva all’inizio, a non ripetere gli errori passati. Tutto quello che vi ho raccontato, la tragedia che i nostri nonni e i nostri genitori hanno vissuto, è successa perché a un certo punto qualcuno ha iniziato a costruire muri tra le persone. Noi oggi abbiamo ripreso a costruire muri, con le persone, che vengono a bussare alle nostre porte perché la vita nei loro Paesi non è più sostenibile. C’è una foto, terribile, che ha fatto il giro del mondo nelle ultime settimane: quelle di un bambino morto annegato su di una spiaggia greca. La storia di quel bambino non è diversa da quella che io vi ho raccontato qui questa sera.
Vi lascio con la speranza che questa piccola cosa che ho fatto serva anche a far comprendere che che i muri noi li dobbiamo distruggere, perché non ci può essere distinzione di razza, di religione, di idee politiche perché alla fine tutti noi apparteniamo a un unico genere: quello umano. Grazie

 

 

 

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