A proposito di Ordini Professionali

A stare con le cronache di questi giorni è quasi naturale affermare l’inutilità degli Ordini Professionali, in special modo quelli legati alle professioni economiche. I più li considerano come una consorteria medievale con lo scopo di tutelare i propri iscritti attraverso la limitazione dell’accesso alla professione. Quest’ultimi, invece, li considerano come un organo di tutela sindacale volto alla difesa di uno status lavorativo faticosamente raggiunto. Entrambi ignorano, però, la loro reale natura. Nascono, infatti, come organismi di tutela della “fede pubblica”, surrogando lo Stato nel controllo del corretto svolgimento delle attività economiche. Proprio per questa loro valenza pubblica, hanno il privilegio dell’esclusività nello svolgimento di alcune attività.  L’equivoco, però, è alimentato proprio dagli Ordini Professionali, i quali di fronte agli scandali si trincerano dietro al fatto che gli autori vengono, comunque, sanzionati. Ma è una difesa oltremodo sterile, perché, a scandalo esploso, interviene la  legge con pene infinitamente più alte rispetto a una semplice estromissione dall’Albo. Nulla, però viene successivamente fatto per prevenire quei comportamenti poco prima pubblicamente deplorati. Da qui nasce, invece, una necessaria discussione sulla loro autoriforma, soprattutto culturale, che è facilmente perseguibile, come cercherò di dimostrare con un esempio. Spesso i controllori, che sono iscritti all’albo,  sono in affari con i controllati che a loro volta nominano i controllori, i quali a loro volta sono in società con i consulenti dei controllati, in un coacervo di interessenze che portano, soprattutto nei periodi in cui i soldi non sono più sufficienti a coprire gli errori, a un moltiplicarsi di reati economici e finanziari. Non solo, ma una volta che la crisi è conclamata, sono gli stessi che l’hanno causata a essere chiamati a risolverla, in veste di professionisti nominati dai Tribunali o dal Ministero. Ecco, in questo caso, l’Ordine dovrebbe intervenire chiedendo periodicamente ai propri iscritti di dichiarare i propri incarichi, la loro natura e, nel caso, sanzionare eventuali conflitti di interesse. Questo è solo uno degli esempi di prevenzione. Un altro riguarda gli episodi, sempre più frequenti, di commercialisti che scappano con i soldi delle tasse dei loro clienti. Qui, addirittura, la soluzione è semplicissima: l’Ordine potrebbe emanare una circolare nella quale vieta agli iscritti di incassare le tasse dai clienti. Ciascuno di noi iscritti può inviare, attraverso i canali Entratel, direttamente sul conto del cliente i bollettini di addebito delle imposte. Quale servizio aggiuntivo diamo nel riscuotere le tasse dai clienti e poi versarle successivamente? Nessuno. Questi sono due esempi, altri ve ne sarebbero. In questa sede, però, mi preme, però, evidenziare un altro fatto che testimonia l’urgenza di una profonda autoriforma. Mi riferisco alla condanna, per reati gravissimi legati alla propria attività professionale, del vecchio segretario del mio Ordine. Non solo non se ne sono accorti prima, ma addirittura nessuno ha impedito che arrivasse ai vertici dello stesso. Ovviamente, solo dopo che la Giustizia ha fatto il suo corso, ci si è premurati di estrometterlo. La famosa pezza peggiore del buco. Di fronte a tutto questo,  se la risposta è una frettolosa spolverata di polvere sotto il tappeto, allora anche io concordo con chi chiede l’eliminazione degli Ordini professionali: non già, però, per un motivo di maggior concorrenza, quanto di una sua evidente inutilità, non essendo capace di perseguire quella necessaria prevenzione che la Legge gli impone.

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>