Lettera a un Partito mai nato

imageCaro Partito Democratico,

ammetto di averti tradito. Un tradimento consumato a metà, però.  Ho votato il Movimento 5 Stelle, ma solo al Senato, anche se l’idea di partenza era quella di tradirti per intero. Il simbolo e una certa storia in comune alla fine hanno pesato. Ma ti assicuro che non è stato semplice neanche così. Tutt’altro. Di tutto questo, però, ho ben chiaro il momento in cui ho maturato la decisione.  E’ colpa di un operaio, precisamente quello del Sulcis. Quello che ogni giorno si cala sotto terra, per 1.200 euro al mese, perchè vuole evitare a suo figlio la stessa sorte. Lo vuole mandare all’Università, farlo studiare, non fargli fare quella vita schifosa che fa anche lui. Ma suo figlio, finita l’Università, non troverà lavoro e dovrà andare all’estero. Perchè qui il lavoro c’è, ma è quello da 500 euro al mese. Perchè qui da noi il figlio di un operaio, rimane operaio. La scala sociale non funziona più. Tu queste cose, caro PD, non le hai dette in campagna elettorale. Non sei andato a vedere a Carbonia, dove scavano del carbone per buttarlo via, tanto fa schifo. Ma se non facessero così non avrebbero niente da mangiare. Non sei andato a Taranto a vedere la gente che per mettere insieme uno straccio di stipendio deve respirare la merda e spaccarsi la schiena per far accumulare i profitti a un tuo antico finanziatore.

Da questa iniziale scintilla, poi l’ipotesi del tradimento si è rafforzata sempre di più, dapprima quando ho sentito parlare della scuola che deve essere pubblica ed accessibile da tutti e poi via vai in crescendo, con la sanità deve essere anch’essa pubblica per arrivare, infine, all’idea precisa che non possiamo morire per pagare gli interessi su un debito pubblico che genera ancora ulteriormente debito pubblico.

E poi, la goccia finale, quando ho sentito affermare che da questa crisi dobbiamo uscirne tutti insieme, non qualcuno sulle spalle di qualche altro. Ecco, caro Partito Democratico tu hai ricercato in maniera ossessiva le Alchimie, ma non ti sei accorto che in questo momento a noi servono Utopie. La passione al posto del calcolo. Il futuro al posto del presente o del passato.  Vedi, non è solo parlare alla pancia. Ma è quel qualcosa di più che, di fronte alle difficoltà, ti fa affrontare i sacrifici con la speranza che servano a migliorare la propria condizione. Mi viene sempre in mente Churchill che di fronte alle macerie di Londra bombardata dai tedeschi al suo popolo disse: “vi prometto solo sudore, lacrime e sangue. Ma ce la faremo”. Ecco, è quel “ce la faremo” che discrimina chi fa populismo da chi vuole guidare il proprio popolo. E tu, caro mio disastrato Partito, non hai trasmesso nulla al tuo elettore. Non l’idea di un futuro migliore, di un futuro di uguaglianza, di un futuro che si prende a cuore il più debole. Nulla di strano, sarebbe il tuo patrimonio da una vita. Ma l’hai accantonato. E non so neanche se i miei ideali, quelli che credevo di ritrovare in te, possano essere definiti di Destra o di Sinistra. E non credo che sia questione di una campagna elettorale sbagliata, anche se non ho ancora capito  che diavolo d’accidenti ci fa un tacchino sul tetto piuttosto che un passerotto nelle mani.

Vedi, mio triste Partito, non ci può essere politica senza passione. Non si può ridurre tutto a un mero calcolo di convenienza. Non si può tenere insieme chi difende il lavoro e chi permette la riforma Fornero. Non si può dire di volere la redistribuzione del reddito e poi sostenere che nel nostro Paese il problema è la produttività appesantita dagli alti livelli salariali. Non si può predicare l’uguaglianza e poi smantellare la scuola pubblica, togliendo risorse per destinarle a quelle locali. Non si può tutelare il più debole e poi permettere di saccheggiare quotidianamente la sanità. Ma ti sei domandato, ad esempio, quanti ospedali pubblici riusciremmo a mandare avanti se smettessimo di foraggiare le cliniche private?

Questo vorrebbe essere uno sfogo, non un addio. Ma vedo, purtroppo, che non servirà a niente. Si cercherà di dare la colpa agli altri, alla televisione, a un comico da strapazzo e a un altro comico, pazzo, ma lucido nelle suo proposte. Un rincorrere le responsabilità di altri, a continuare a rimirarsi il proprio ombelico, in un eterna conservazione di un gruppo dirigente che ha miseramente fallito la sfida con il presente e di un nuovo gruppo dirigente che ritiene l’anagrafe un buon viatico per perpetrare il nulla di una proposta politica. Servirebbe una ideologia, ma forse è troppo. Basterebbe una idea. E nell’assenza di entrambe, la gente si rivolge da altre parti, ma non possiamo colpevolizzarli: le uniche colpe sono da imputare a chi ha stravolto, per la propria sopravvivenza, un patrimonio di valori immenso. Mi verrebbe da dirti,  come a Schettino: “Salite a bordo, cazzo!”. Ma ho l’impressione che stiamo già rimirando la barca che giace in fondo all’oceano della Storia.

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