IN MORTE DI UN GREGARIO

Caro Tomizawa,
non ci conosciamo. Ho imparato il tuo viso nelle ultime ore, dalla televisione e dai giornali. Ti ho incontrato perché sei venuto a  morire a 20 anni in una terra straniera mentre inseguivi il tuo sogno di ragazzino. A quell’età non si pensa tropo, si fa. Non ci si interroga sulle cose, se siano giuste o meno. Si corre incontro alla vita, perché è giusto che sia così. Ma ti sei fermato qui, in un giorno di settembre, in un paesino della riviera romagnola. Ti ho visto sai.  Ho visto anche l’indifferenza di tutti noi. Avrei voluto urlare: “ma chi se ne frega della gamba di Valentino, delle gomme di Pedrosa, dei poster di Lorenzo. Ma chi se ne frega del mondiale di motociclismo. Per Dio, ma è morto un ragazzo di vent’anni!” Ma tutto questo non importa a nessuno, caro Tomizawa perché alla fine tutti noi siamo solamente dei gregari. E non so perché la tua morte, in un giorno di settembre in una città sconosciuta, in una terra straniera, mi ha fatto venire in mente un altro gregario che nessuno più ricorda: Roland Ratzenberger. Un pilota di Formula Uno, uno sconosciuto che a 34 anni inseguiva anche lui il suo sogno, in velocità e contro ogni paura. Uno che si spaccava in quattro per tenere in mano un volante, che doveva correre su delle auto che nemmeno riuscivano a farsi vedere in classifica. Correva con una Simtek, una scuderia di quart’ordine, senza soldi né gloria. Mica ce l’aveva nessuno di noi il poster in camera della Simtek! Anche lui, come te, è morto inseguendo sé stesso, contro un muro, in una terra anche per lui straniera. Era il 30 aprile del 1994, a Imola, nel Gran Premio di San Marino. Pensa che scherzo: lo stesso tuo gran premio. Ma è morto nel giorno sbagliato. Perché l’indomani, il sabato, sarebbe morto Ayrton Senna. Lui si che, invece, era ganzo: bello, bravo, ricco e vincente. Uno che andava forte, accidenti se andava forte. Uno che aveva il mondo sotto i piedi, l’auto migliore, mica un ferrovecchio come  Ratzenberger. Di lui ancora si narrano le vicende, i ricordi, si cercano gli eredi. Ayrton è ancora vivo, Roland non lo è più. Perché vedi, caro Tomizawa, se è vero che davanti alla morte siamo tutti uguali, e nel ricordo che lasciamo che siamo diversi. Ayrton e Roland sono morti facendo ciò che amavano. Tu sei morto facendo ciò che amavi e sognavi di fare. Ma ti posso assicurare che presto ci dimenticheremo di te, del tuo sorriso e della tua voglia di vivere, dei tuoi vent’anni portati in sella a una moto, perché tu sei un gregario come tutti noi e dei gregari, a parte la commozione minima che ci distingue dalla bestie, nessuno si ricorderà più. Nessuno cercherà il tuo erede, nessuno racconterà le tue gesta, nessuno, a parte quei pochi che ti hanno conosciuto, si darà da fare per mantenere vivo il tuo ricordo. E’ talmente veloce questa vita che abbiamo pensato bene di non fermare quella corsa che tu, per il destino e per quel disegno che qualcuno chiama divino ma che io mi permetto di definire cinico e baro, non potrai più portare a termine.  Ti chiedo scusa di questo, a nome di tutti gli altri,  perché non abbiamo avuto nemmeno la pietà di ascoltare in silenzio la tua partenza: non è vero che “the show must goes on”. Non è vero: è semplicemente l’indifferenza di chi sa che non è toccato a lui, di chi l’ha scampata ancora una volta, di chi guarda gli altri lasciare questa terra, tirando un sospiro di sollieo. Ce ne saranno altri di Ratzenberger, di Tomizawa. Ce ne saranno sempre perché questa è una giostra, che gira piano o veloce, divertente o triste, ma alla fine si ferma, perché finiscono i gettoni e allora dobbiamo scendere, game over, il gioco è finito.  Ciao Tomizawa, dovunque tu sia in questo momento, qualunque cosa tu stia facendo, che tu stia correndo o ti stia godendo il meritato riposo. Che la terra ti sia lieve, sconosciuto amico mio. E scusaci ancora se non ti abbiamo aspettato.

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