E poi il silenzio: una storia nella storia

L’acqua sbatteva sulle due barche per la pesca delle vongole. Era strano, quasi volesse scacciare via quegl’intrusi fatti di legno e di chiodi. Il sole si stava arrampicando dolcemente nel cielo e nel suo lento cammino inondava di luce la superficie montagnosa dell’acqua. Era un giorno qualsiasi perso nel marzo del 1943.
“Aldo siamo arrivati, cala il minacul.” Urlò una voce da una delle due battane. Era Giovanni che impartiva ordini a suo fratello Aldo. Il minacul era formato da un rastrello che raschiava il fondo e da una rete che tratteneva ciò che si pescava.
“Ok, Tini. “Rispose Aldo. Tini era il soprannome di Giovanni. Su una barca c’erano Aldo, Tini e Giovanni, mentre sull’altra c’erano altri tre marinai. La zona dove stavano pescando era poco trafficata dagl’altri pescatori perché era piena di mine antisbarco tedesche. Era pericolosa, e proprio per questo era piena di vongole.
Le due barche calarono i rispettivi minacul e incominciarono la pesca. Passò del tempo, riempito solo dal silenzio e da qualche imprecazione buttata là. La quiete fu rotta all’improvviso da un grido che proveniva da una delle due battane.
“Tini, abbiamo preso una mina.” Gridò una voce carica di paura e angoscia. La situazione era drammatica, la mina poteva esplodere con un semplice movimento.
“State fermi lì, per carità non vi muovete, vi veniamo ad aiutare.” La voce di Tini era rotta dalla paura e i suoi occhi spalancati davanti alla drammaticità della situazione.
Dovevano sollevare lentamente il minacul e cercare di far scivolare via la mina. Tini saltò sull’altra battana. Aldo nel frattempo manovrava al remo per cercare di mantenerla ferma. Tini sciolse il nodo che serviva per sollevare il minacul. Rimase un attimo fermo. Il cuore gli batteva forte. Era una partita con la vita. Un minimo movimento e tutto ciò che conosceva e aveva vissuto sarebbe svanito. Si spostò di lato con cautela, chinandosi sulle gambe verso l’argano che serviva per arrotolare la corda.
“Tini, stai attento.” Gridò Aldo.
“Non ti preoccupare.” Nel momento in cui disse queste parole, forse perché perse la concentrazione o per la fretta di liberarsi della mina, strattonò troppo forte la corda. L’ultima parola che si sentì pronunciare fu “Accidenti…” Poi, più niente. La bomba esplose. Il boato invase il cielo, cancellando tutti i rumori terrestri. E poi, di colpo, di nuovo silenzio. Aldo venne catapultato in acqua. Subito non si rese conto della situazione. Pensava che una leggera onda avesse fatto oscillare la barca facendogli perdere l’equilibrio. Poi alzò la testa e vide quello che c’era attorno. Una colonna d’acqua si stava alzando al cielo portando con sé pezzi di assi, remi e ogni altra cosa che c’era sulle due barche. Poi, tutto riprese a cadere. Le onde provocate dall’esplosione impedivano di mantenere una posizione stabile. Cercò un riparo per proteggersi da quella pioggia di rottami che il cielo stava restituendo. Vide che una metà della barca era rimasta integra. La raggiunse e se la ribaltò addosso. Si stava vedendo morire. Non riusciva più a capire cosa gli era successo. La testa era ormai sommersa dall’acqua. Rimase sotto la barca per un tempo che a lui sembrò eterno. Cercava di uscire. Non ce la faceva. Provava, provava e riprovava ancora sbattendo in cento, mille posti senza però riuscire a trovare la via della salvezza. Era esausto.
“Perché Signore mi fai morire così?” Aprì le braccia per esalare l’ultimo respiro, quando… Aldo incominciò a vedere la barca intera e a prua, c’era una immagine strana, indefinita, sembrava quasi la madonna con in braccio Gesù. Capì allora che l’uscita era da quella parte. Prese un respiro profondo e con due bracciate riuscì a riemergere. La luce del sole lo accecò per un attimo. Si guardò intorno. Il paesaggio era sconvolto dai resti dell’esplosione, con i legni che galleggiavano e con la puzza di bruciato che riempiva il naso e l’aria. Aldo incominciò a respirare a pieni polmoni. Ruotò su stesso per vedere se c’era qualcuno ancora vivo, raspava tutt’attorno, scansando le assi. “Non possono essere tutti morti, no, mio Dio, no, no,…” Era ormai in preda al delirio quando vide spuntare una testa dal mare. Come d’incanto smise di dire frasi senza significato e si avvicinò con grandi bracciate. Era Giovanni, il marinaio che era in barca con lui e che al momento dell’esplosione si trovava vicino a suo fratello Tini, proprio sopra la mina.
“Giovanni…” gridò Aldo con la voce rotta dal pianto. Non rispondeva. Era mezzo morto, con la bocca sommersa dall’acqua e il corpo che si aggrappava all’ultima speranza di vita sopra a un pezzo di legno. Aldo lo prese vicino a sé e incominciò a nuotare verso riva. Sapeva che Tini ormai
era morto e con lui gli altri marinai che erano sulla seconda barca. Non riusciva più a piangere. Era confuso e cercava solo di arrivare alla barca dei soccorsi. Quando vi arrivò si aggrappò con tutte due le mani alla sponda e chiuse gli occhi dicendo una preghiera per quelli che erano morti.
Poi fu tratto a bordo e poté svenire. Finalmente.
(pubblicato su LA TRATA DI VISERBELLA, anno II, numero 8, settembre-ottobre 1998)

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