Titoli di coda, ovvero quand’anche la saracinesca diventa glamour. (seconda parte)
Pubblicato da Giovanni Benaglia
Dopo l’esperienza del pub Almetti, raccontata nella prima parte, ci siamo messi in cerca di un nuovo locale dove gustare la gioia atletica dei biancorossi. Abbiamo trovato immediatamente casa al Bar Ferrari, storico covo di tifoseria biancorossa. Era bello, il Bar Ferrari. Si entrava e si notava da subito:
- il colore giallo nero di fumo (quello vero, quello delle Gitanes fumate fregandosene dei divieti, anarchia della sigaretta allo stato puro)
- i tavoli finto marmo con piedistallo a tre gambe laccate nere che ostinatamente si difendevano dalla ruggine;
- sedia viennese con tipico fondo in finto bambù intrecciato, cioè in realtà gettata di plastica con buchi annessi;
- televisore 17” a tubo catodico, sostenuto da mensola in multistrato con buona dose di impregante marrone per fare pan-dant con il colore della sala;
- mucchi di giornali buttati su un tavolino, tra cui La Gazzetta dello Sport, Corriere dello Sport-STADIO, Tuttosport, il Carlino e gli inserti sportivi dei giornali precedenti, ovviamente a fine serata belli unti e impregnati di una sana e grassa giornata al bar;
Poi il bancone di cui si notava subito:
- porta liquori alle spalle con specchio panoramico che rifletteva tutta la sala;
- banco del mangiare con panini pre-cotti che imploravano aiuto;
- banco delle paste, con quella che Stefano Benni nel suo libro Bar sport, chiamava la Luisona: cioè le paste come ornamento e coreografia del bar e non certo come alimento da vendere
- il solito porta zucchero con cucchiaino e zucchero raggrumato e rappreso;
Questo era il bar Ferrari che ho conosciuto io. Poi c’era la sala dedicata alle partite, disposte su due piani di un metro e mezzo ciascuno. Nelle sale c’era ammucchiato di tutto: juke box, slot machine, un gioco elettronico, qualche bottiglione e delle sedie sfondate. Poi la televisione, schermo multipanoramico 21” a tubo catodico grande come una lavatrice adagiata su due tavolini esausti.
Ma me lo ricordo soprattutto per l’accrescimento umano e culturale che dava il semplice frequentarlo:
DIALOGO 1:
Si cresce culturalmente e si imparano nuovi vocaboli. L’ambito è sempre la serie B, squadre multirazziali con presenza di giocatori di colore.
FREQUENTATORE: “Guerda cum’è che cor quel giargianois!!!” rivolto a un giocatore di colore.
IO: “Eh, già!”
FREQUENTATORE: “Tal se se cl’è e giargianois??”
IO: “No, amabile amico, non conosco tale locuzione antropologica. Che cosa è?”
FREQUENTATORE: “E giargianois, o giargianese in italiano, è una persona nata sotto Cattolica. Una volta e giargianois l’era e marchigien, adess avim allarghè ma l’è cumpagna…”
DIALOGO 2
Spicca anche l’elemento di integrazione sociale, il rispetto per la diversità nonché l’ammirazione per il gesto atletico. Sempre nei confronti dei giocatori di colore.
FREQUENTATORE: “Guerda cum’è che corr che nigr….”
DIALOGO 3.
Poi la multiculturalità e la conoscenza della lingua straniera.
FREQUENTATORE: “Chi è quel giocatore? Cum’è che u scema? Stancheviciucius?”
IO: “Stankevicius”
FREQUENTATORE: “Ad che raza cl’è? Giargianois enca lò?
IO: “No, lituano credo”. Stavolta ho capito: non può essere giargianese, perché tecnicamente è nato sopra Cattolica.
DIALOGO 4
Accanito giocatore di slot machine. In una sera va svariate volte dal gestore a ritirare la sua vincita. All’ennesima volta, in perfetto stile anglosassone, tradendo una educazione imparata alla Royal Academy, il gestore gli fa:
“Us vid che te la figa tan l’è mai vesta….” ironizzando sul detto “Fortunato al gioco Sfortunato in Amore”.
Questo era il bar Ferrari, con la sua semplicità, il suo calore umano, la sua veracità. Poi l’altro giorno ci passo davanti, dopo un po’ di tempo. L’hanno cambiato. Sì, l’hanno rifatto nuovo. Al posto del mio bar ora c’è un caffè glamour con televisori piatti alle pareti, tavolini minimalisti laccati bianchi e con gambe di alluminio anodizzato, sedie di alto design, sempre bianche, al posto del giallo ora c’è un verdino acido mischiato a un arredamento marrone scuro. Dove siete finiti? Dove siete andati voi frequentatori storici, con quel tipo equivoco che minacciava tutti di morte finanche a essere arrestato sotto la galleria Fabbri con una sciabola in mano? Dove sei finita mitica sala da visione dove puzzo di alcol, sudore, lozzo si mischiava all’odore del panino di gomma pre-riscaldato? Dove sei finita, mia piccola lasagna che se ti chiamavo venivi oltre da sola? E tu, dove sei finito, mitico giocatore d’azzardo che ti sputtanavi il tuo stipendio con una macchinetta elettrica? E ancora anche voi dove siete finiti, pensionato esperto di calcio, politico di quartiere con la tua teoria “qui l’è tot un magna magna”? Non bastasse, dopo l’omicidio della mia umanità per colpa della moda, ho letto, per giunta, anche un annientamento della cultura che tu, piccolo bar ferrari, hai portato nella vita di noi frequentatori: una di queste sere ci sarà la presentazione di un libro a cui farà seguito un concerto di musica classica. Mi indigno con ardore: ma questa moda deve uccidere anche i luoghi dove si cresce e si impara a stare al mondo??? Ah, io non lo so, ma se andiamo avanti così dove andiamo a finire???
1 Commento »
Puoi lasciare una risposta, oppure fare un trackback dal tuo sito.
Pubblicato il 01 04 2008 alle 08:06
No, se quello che dici è vero che al Bar Ferrari faranno una presentazione di un libro e poi concerto di musica classica, davvero è finito tutto.
Ma il libro non sarà sul calcio? Proporrei l’ultimo di Mughini. Per il concerto “aborro”!!!!!!!!!!!!!
A parte gli scherzi il mondo è davvero cambiato.