W la burocrazia.

Mattina fredda. C’è il sole, un cielo limpido ma un freddo cane. Sbrino a fatica il parabrezza. Sono fuori città per una commissione. Conservatoria dei Beni Immobiliari, così si chiama la mia destinazione. Un posto dove ci sono libroni enormi e scarsi computer nei quali sono conservati tutti gli atti di trasferimento delle proprietà immobiliari della provincia. Tanto per intenderci se si vuol sapere di chi è il capanno abusivo condonato in aperta campagna, bisogna andare qui. Lo sanno di sicuro.
In ritardo, come sempre, l’ufficio mi chiude alle 12.30. Dovrei farcela se accidenti trovassi un parcheggio. Eccolo, un buco contornato da strisce blu, vuoto. Mi ci infilo con due manovre garibaldine.  2,50 per due ore, accidenti ai comunisti che governano questo posto! Mi avvio e intanto osservo questa strana città. Fu terra natale di un dittatore finito appeso per i piedi. E si vede che ebbe cotanto avo: ovunque campeggiano fasci littori. Lampioni, edifici, insegne. La città è un viavai di gente.  Ci sono anche i  vecchi con le bici elettriche. Vanno a scheggia, ma giuro che se uno si stampa contro un palo non lo tiro su. Finalmente arrivo. Salgo le scale e mi affaccio nella sala. Sono le 12.25, lo dice l’orologio davanti a me sulla colonna. Precisamente sotto ci sta un cabinotto di vetro con due persone dentro. Uno guarda un terminale, l’altro guarda il primo che a sua volta guarda il terminale. Da esperienza so che i dipendenti pubblici danno del LEI al computer: vagamente sanno a cosa serve. Hanno una sorta di timore reverenziale. Anni fa mi ritrovai uno di questi che credeva che il lettore CD fosse un portabicchiere. E’ curioso vederli digitare la tastiera con estrema cura, come se ogni tasto sbagliato causasse una esplosione atomica.
Sulla sinistra del cabinotto una tavolo di formica anni 50, enorme, che fa un giro ad L per tutta la stanza. Mi avvicino alla feritoia e chiedo udienza ai due solerti dipendenti, epigoni di Starsky ed Hutch.. Ore 12.26, meridiano di Greenwich.
“Buongiorno, io avrei….”
Mano alzata del guardone. Me la sventola davanti. “Si accomodi lì che arriviamo”. Mi indica il tavolo ad L. Lui si gira verso il suo sodale che lavora al computer e continua l’osservazione.
Aspetto e intanto tiro fuori la mia roba.
L’operatore informatico si alza ed esce dal suo gabbiotto. Mi guarda. Ore 12.32 sempre meridiano di Greenwich.
“Lei cosa fa qui?”
“Niente, vorrei farmi esplodere per cancellare tutte le memorie della proprietà di questa stramaledetta provincia”. Lo penso, ma preferisco un profilo più basso: “Avrei bisogno di chiederle alcune cose..”
“La cassa è chiusa. Deve passare domattina”
Lo guardo. Abbozzo un ghigno. “Scusi, non ho capito..”
Lui, preciso e chiaro, mi indica di seguire il labiale. “L-A C-A-S-S-A E’ C-H-I-U-S-A. D-E-V-E  P-A-S-S-A-R-E  D-O-M-A-T-T-I-N-A”
Ho capito nonostante abbia lo sguardo da minus haben. “Credo che non sia un mio problema. Io sono qui dalle 12.25, e il suo collega mi ha detto di aspettare. Quindi se volete farmi la cortesia di servirmi..”
Lui inizia ad agitarsi. Ha in mano un righello. Pregusto il momento in cui mi trasferirà la riga millimetrata sul viso. “Ah se è cosi vada a parlare dal mio dirigente”
“Certo, vado, ma se potessimo fare più alla svelta sarebbe tempo guadagnato per tutti”..
“Ho detto che la cassa è chiusa. Vada a parlare dal mio dirigente”
“Mi dica dov’è!” Mi indica la  prima porta a sinistra, alle mie spalle.
Mi avvicino al vetro. Dio mio, gli infissi risalgono a prima della guerra, con i segni di ripetute verniciature sovrapposte. Altro che vintage, mondezza allo stato puro.
Busso. Sento una voce. Apro.
“….si dai ci vediamo stasera. Ti vengo a prendere io alle 19.30”
Davanti a me si apre una scena piuttosto curiosa. La dirigente avrà una cinquantina d’anni, bardata di un vestito celeste su cui risalta una pettinatura bionda, ma di quel biondo tipo tintura da supermercato cinque euro a spendere molto. Parla al cellulare. La mucchia di pratiche è dappertutto. Sopra la scrivania, accanto alla scrivania, sotto la scrivania, in mezzo alla scrivania. I fogli sono per mezzo ingialliti e per mezzo sporchi di nero. Qui mi sa che l’olio di gomito scarseggia.
“Scusi, mi ha indirizzato qui il suo collega..” Lei non accenna a chiudere il telefonino.
“Siamo chiusi”. Ore 12.33
“Si ma vede io sono qui ad aspettare dalle 12.25 perché quel signore là dentro mi ha detto di aspettare e io così ho fatto altrimenti sarei andato a fare un giro al mercato e invece ho aspettato qui e poi l’altro è venuto e mi ha detto che dovevo andare via perché la cassa è chiusa” Detta così, senza punteggiatura per risparmiare tempo.
“Scusa ti richiamo io”. Chiude il telefono. Si alza e si dirige verso al gabbiotto.
Strarsky ed Hutch sono chiusi dentro.
“Scusate questo signore mi dice che è qui dalle 12.25 e gli avete detto di aspettare…”
“Io ho chiuso la cassa”
“Si ma se gli avete detto di aspettare dovrete servirlo”
“Ah, è così!!! Basta!!”, batte il pugno sul tavolo. Il sodale ha un sussulto. Punta l’indice contro il suo dirigente. “Adesso faccio una vertenza sindacale!! Qui non possiamo lavorare oltre l’orario di apertura…”
La dirigente indietreggia. Si gira verso di me. “Certo che anche lei poteva venir prima…”
Io, impassibile: “Scusi ma l’ufficio a che ora chiude? Non chiude alla mezza? Io sono arrivato alle 12.25 e il signore qui mi ha detto di aspettare. Non è mica un problema: se mi diceva di andare via l’avrei fatto.”
“Basta!!Vado ai sindacati e poi dopo vediamo chi ha ragione! Dovete mettere la macchinetta per i numeri! E lei”, rivolto a me con la sbavazza alla bocca, “Lei è un arrogante”
Sorrido, con calma. “Lei invece è un acuto osservatore. Sa è una delle mie caratteristiche migliori. Ma di grazia, gentile operatore, lei qui dentro cosa sta a fare? I cazzi suoi?”
“Certo, mi faccio i cazzi miei!”
“AHHHHH!!!!!!!!Ma bravo!!!! Ma proprio proprio bravo!!!!Lei non sa che sta facendo un pubblico servizio? Io pago le tasse perché lei si faccia i cazzi suoi??”.  Ma io ti manderei a lavorare in fonderia, a fare le fusioni di ghisa, a spostare il crogiuolo carico di metallo, lavorare a 50 gradi d’estate, con turni di notte, altro che star qui a sbrigare tre pratiche al giorno, pezzo di scansafatiche sfruttatore delle risorse pubbliche!!!! L’ho pensato, ma non l’ho detto.
“Adesso comunque lo servite, ormai è qui”
Brava, la dirigente. Deve cambiare parrucchiere e sarto, ma brava.
“Comunque non finisce qui. Ci vediamo alla prossima riunione sindacale”. Dai, taci, lavoratore del pubblico impiego.
Ore 12.38. Mi accomodo ad aspettare. Sfoglio i miei documenti, passeggio lungo il corridoio. Ore 12.48. Arriva un signore con una bambina appena uscita di scuola al seguito. Bene, qui proprio ci facciamo i porci comodi, nevvero? Mi viene voglia di vaffanculeggiare un altro po’ l’ufficio ma mi trattengo. In fondo ho vinto su tutta la linea. Il signore con la figlia, parcheggiata quest’ultima in qualche stanza, si avvicina al bancone.
“Mi dica”
Spiego il mio caso. Ore 12.50. Terminato. Mi dà la risposta. Ore 12.52. Tempo tra la mia domanda e la risposta: quattro minuti. Tempo perso ad urlare: 18 minuti. E non avevo bisogno neanche della cassa, mi mancavano dei documenti. Esco con il sorriso sulle labbra, mentre Gianni e Pinotto sono ancora lì che contano i centesimi dell’incasso giornaliero.

 
 

4 Responses to W la burocrazia.

  1. fantastico!!!! quando devo andare negli uffici pubblici ti porto dietro con me!

    Ciao

  2. Certo che invece delle 12,25 ti potevi presentare a mezzogiorno almeno ha ragione la dirigente. Lo sai Giovanni che in questi casi è meglio prevenire che curare.
    Suvvia!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  3. AH AH AH!!!!!Fantastico!Avevo avuto il piacere di ascoltare questa storia dal vivo..ma è davvero da piegarsi in due dalle risate..hai visto quanta gente acuta c’è,sparsa per le province,che coglie al volo le tue qualità?prodigi della scienza… :) bravo giovanni!la prossima volta vengo anch’io!!

  4. sei ancora troppo giovane queste cose rientrano nella norma ..se vuoi ti racconto di quella volta che lavoravo in amia ..e poi mi sono licenziato

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