Monthly Archives: agosto 2007

Le mie ferie 1

Quest’anno sono rimasto nella mia magione avita, non ho trasbordato come l’anno passato in Francia  per una serie di motivazioni. La prima, immediata: volevo godermi il mare e il sole della mia terra. Infatti, quattro giorni di pioggia di fila, nell’estate più siccitosa degli ultimi 150 anni. Ci ho preso, non c’è dubbio. Secondo motivo: tutti i miei amici hanno fatto vacanze più o meno assurde. Chi in montagna, che odio, perché passare i giorni a camminare e guardare alberi, e poi ancora alberi e monti, monti e alberi e via così per una settimana mi fa diventare un tantino simile al tranquillo Norman Bates. Chi prima in Spagna, in bicicletta e poi a Praga, in aereo. Il tutto in due settimane. Ecco il programma a suo tempo propostomi: partenza sabato a mezzogiorno, arrivo a Civitavecchia alla sera (perché si andava in traghetto, molto romantico, soprattutto con quattro nerboruti compagni di viaggio persi fra un Fiat Doblò e una Multipla), dormire in campeggio e il giorno dopo alle 15 partenza per Barcellona con arrivo il lunedì alle 15. Poi da qui in bicicletta fino a Granada, 1.000 km più in giù. Il tutto entro il sabato successivo quando si sarebbe preso l’aereo per Praga, dove si stava una settimana circa, anche se non proprio lì ma a 300 km di distanza. La mia risposta è stata: “No, grazie. Vorrei riposarmi.”
Sono a casa. SMS dell’unico superstite alla fuga da Rimini, vittima più che altro di un lavoro appagante. “Cinema stasera?”. “Certo, avrei bisogno di una serata sulla cresta dell’onda”. Si pone il problema di cosa vedere. Visti tutti tranne Harry Potter e Disturbia. Del mago quattrocchia non ho mai visto né letto niente, meglio non iniziare adesso tanto ormai il giochino finisce. Rimane DISTURBIA, thriller appena uscito. Vada per questo. Entriamo. Età media degli spettatori 17 anni. I ragazzi vestiti con cappello in testa, maglia modello mutilatino di tre taglie più grandi con cappuccio e stelline nere sparse sopra,  occhiali RAI BAN modello parabrezza per scooter, indossati anche al cinema perché fa figo, jeans con quella che mia nonna, in un impeto di sano pragmatismo, definirebbe “la loffa nel culo”, scarpe modello FERRO DA STIRO perché delle stesse dimensione dei ferri che la nonna di cui sopra usava mettere sulla sua splendida stufa in ghisa verniciata di bianco. Le ragazze con lo stesso look,  con la variante che le maglie sono più corte e portano i jeans rigorosamente o bianchi o neri, ultra attilati che producono questo effetto: su una schiera, piuttosto eletta, stanno veramente molto bene, su tutte le altre (circa il 90% degli astanti) producono l’effetto “budello di salciccia” per cui quello che non ci sta dentro deve, per questioni di fisica, uscire e lo fa implacabilmente sulla vita, con una sovrabbondante cascata di ciccia e cellulite che ti sale il colesterolo solo a guardarle. Continue reading

RIMINI 6 – FROSINONE 0 + RIMINI 3 – TREVISO 0

No, no non parlo di calcio perchè i risultati si commentano da sè (STO GODENDO, però). Mercoledì, giorno della spianata calcistica che il Frosinone neanche si immaginava, arrivo allo stadio, dalla solita parte in cui entro sempre, con il solito ritardo strutturale, senza ovviamente il biglietto. Noto subito l’impatto della legge antiviolenza: transenne in ferro elettrosaldato alte tre/quattro metri, avvitate su piedistalli di cemento armato, che circondano tutto lo stadio. Ci mancano i cavalli di frisia e poi, più che una partita di pallone, sembra l’ultimo arroccamento difensivo sulle coste di Normandia; qui però non ci sono gli yankee ma scalmanati subumani che sfasciano tutto il mondo evoluto per il gusto di sfogarsi. Arrivo diligentemente, faccio il mio slalom fra i tornelli e lo zelante “steward” (si chiamano così ma in realtà sono gli stessi inservienti di tutti gli anni con addosso un gilet fosforescente e catarifrangente) mi fa notare che il biglietto lo devo fare dall’altra parte dello stadio. Impreco, parecchio, esco. Faccio dieci metri e vedo lui, il COCOMERAIO dello Stadio, quello che con il suo banchetto ha tenuto in scacco per settimane tutta la normativa anti violenza, il decreto Amato e parecchi funzionari del Comune. La stoica resistenza della fetta d’anguria contro la militarizzazione della pedata. Ha vinto lui, mi sembra di capire. Da lì, infatti, non si è mosso e così le barriere antiviolenza (quelle sopra descritte) invece di schiacciarlo gli hanno girato tutt’attorno. In pratica il COCOMERAIO è finito inglombato all’interno della zona di sicurezza dello stadio e il godersi una inebriante fetta del corroborante frutto implica il guardarsi attorno un panorama stile REBIBBIA o REGINA COELI. Una roba inquietante, non c’è dubbio. Arrivo alla biglietteria dello stadio, fila chilometrica, mi adeguo con calma olimpica. Intanto penso alle barriere, ai poliziotti armati di cani e manganelli, agli steward catarifrangenti. Certo che siamo sicuri, in quest’arena!!Mi giro e guardo il mio compagno di fila: sciarpa del Frosinone, cappello che tradisce la stessa passione e accento ciociario. Guardo meglio e uguali ce ne sono altri sette. In pratica, in barba a tutto l’armamentario difensivo sopra citato, i tifosi del Rimini e i tifosi del Frosinone hanno fatto i biglietti insieme!!!

P.S. Piccolo suggerimento: prima di fare lo stadio nuovo tocca imparare a gestire lo stadio vecchio. Se si voleva fare la carneficina con tifosi ospiti, infatti, non serviva arrivare con il carro armato: bastava prendere un biglietto per entrare

Caruso

Non si può liquidare tutto con la salvifica teoria della “pisciata fuori dal vaso”. Non bastano neanche le rettifiche postume, scontate e superflue: perseverare, infatti, sarebbe stato un inutile accanimento terapeutico. No io credo che abbia detto veramente quello che pensa.  Qui sta il problema. Si potrebbe obiettare, prendendosi la briga di farlo anche per delle  “patacate”, che le morti sul lavoro sono un fenomeno piuttosto antico dell’Italia moderna, se è vero che Dario Fo, negli anni 60 e in piena sindrome da posto fisso, fu estromesso dalla Rai perché ironizzò sui padroni che non tutelavano la sicurezza dei propri dipendenti. Poi ancora che le morti bianche non sono certo ascrivibili a delle norme di flessibilità dei contratti di lavoro ma forse c’entra qualcosa anche la scarsità di controlli che chi guida uno Stato dovrebbe prendersi cura di fare. Non è questo il punto: il problema delle morti bianche, del precariato sono cose maledettamente serie da lasciare in mano a un parlamentare di questo lignaggio. Il punto è che “noi” di sinistra, perché mi ci metto anche io aderente al Partito Democratico, uno così non lo vogliamo. Perché non è “di sinistra” chi usa questo linguaggio, ma appartiene a quel mondo di “anime belle” che si considerano i depositari della purezza e del dogma, che contribuisce ad alimentare quel clima di odio unicamente per far trionfare, come ho detto in qualche post precedente, quell’utopia che in realtà è pura delinquenza. Cacciamolo via: non tanto perché dice delle castronerie (è il succo della democrazia: dire corbellerie in piena libertà) ma perché getta un’ombra su tutto uno schieramento che del rispetto e della tolleranza, del dialogo e del confronto, ne fa un caposaldo del proprio agire politico.

 

Sempre NOMADI

Ieri sera sono andato al concerto dei NOMADI a Mercato Saraceno, bel paesino letteralmente incastrato fra gli Appennini e la E45. Magnifici come sempre.

Racconto questa: mia mamma, fans dei Nomadi, viene a sapere che a Cesena fanno un concerto, ma non riesce a sapere esattamente dove. Le suggerisco, io che sono piuttosto pragmatico, di chiamare l’Ufficio Relazioni con il Pubblico del Comune di Cesena e chiedere con loro. Lei esegue. Questo è il dialogo.

MAMMA: “Buongiorno la chiamo per i NOMADI”

COMUNE: “La interrompo subito. Per i nomadi deve chiamare i Vigili Urbani perchè se ne occupano loro di farli sgomberare…”

Buona giornata