La versione di Giovanni

ovvero diario resistente, di un guardiano del faro, nella Rimini democratica e riformista

"Spiacere è il mio piacere io amo essere odiato"

FestaUnità 1

Dialogo fra due compagni che lavorano alla festa. Uno proveniente dalla pianura brada fra San Vito e San Mauro Pascoli che, per lo strano fenomeno del bradisismo politico, si è ritrovato iscritto alla mia sezione. L’altro è uno dei responsabili della Festa. Prima sera. Il primo compagno, il meticcio sanvitese-sammaurese fa all’altro: “Tè e cavapeunt? (Hai il leva punti?)”. Il secondo categorico: “No“. Seconda sera, stessi personaggi, stesso ordine di dialogo. Il Primo: “Tè e cavapeunt?“. Il Secondo: “No“. Terza sera, ancora alla carica per questo “cavapeunt“, pronunciato in un perfetto dialetto sanvitese, con l’accento sul eu: “Tè e cavapeunt?“. Il secondo, evidentemente arrivato al limite, gli fa categorico: “No, u s’è rot (no, si è rotto)“. L’altro: “Us s’è rot?? Cumè che fa ad ess rott se ugnè? (Si è rotto? Come fa ad essersi rotto se non c’è?)”

 

1 Commento »

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Una Risposta a “FestaUnità 1”

  1. FestaUnità 2 at giovannibenaglia.it dice:

    [...] Il ruolo più ingrato è quello dell’addetto alla cassa del ristorante. Si deve ciucciare tutta la serata (dalle 19:30 fino alle 22:30), si deve ciucciare i commenti degli avventori più esigenti (battute tipo “mi sembra un po’ caro” detto da chi ha il vassoio che vonta di mangeria) e si deve ciucciare il fatto che alla fine della serata mangia quello che è rimasto, solitamente piada con due salsiccie ingianghite. Insomma, un missionario del ciucciamento. Finito il turno, in genere, va a dargli il cambio il primo che passa,  giusto così per non lasciare la cassa sguarnita nel caso qualche ritardatario arrivasse. Caso vuole che una sera alla cassa, verso circa le 22:30, vada a finire un volontario un po’ guercio per via di una discreta miopia e, soprattutto, non pratico né del registratore di cassa né tanto meno dei prezzi. Il titolare, capita l’antifona, si mette a mangiare poco distante.  Il primo cliente che arriva è il meticcio mezzo San Vitese e mezzo Sammaurese con il suo vassoio che ospita discretamente un pezzo di piada, due salsiccie e un po’ di insalata. L’addetto alla cassa incomincia a digitare sulla cassa come può farlo solo un miope per di più ignorante dello strumento: piegato sul registratore con il naso che accompagna il pigiare dei tasti. Il meticcio lo guarda, poi guarda il titolare della cassa seduto lì vicino, guarda il suo vassoio, riguarda l’addetto improvvisato e poi si gira di nuovo verso il titolare della cassa e gli fa, in perfetto dialetto della piana brada fra san vito e san mauro pascoli: “Dì te, vin a voida, che quest u met sò un mez bagoin!!” [...]

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