Monthly Archives: luglio 2007

Intercettazioni

Sulla questione UNIPOL io la vedo così:

1. UNIPOL poteva, e può, comprare tutto quello che vuole essendo una società quotata in borsa che fa della logica industriale ed economica la sua missione. Questo desiderio, però, voleva essere soddisfatto a tutti i costi non badando alle manovre che gli attori in campo stavano compievano. Unipol faceva una operazione “industriale e di mercato” qualcun altro ci voleva fare sopra “la cresta” fregandosene del diritto e delle norme. Così non va.

2. Leggendo le intercettazioni si fa fatica a dire che ci siamo semplicemente “informati”. Mi sembra, invece, che ci siamo “interessati” prestando la nostra opera affinchè l’operazione andasse nel migliore dei modi. Nulla di male, per carità, se tutti gli attori in campo fossero stati corretti. Il problema è che abbiamo avvallato, in questo modo, delle speculazioni puramente personali (il caso di Bonsignore che chiede dei favori politici in cambio del suo assenso è emblematico)

3. Non c’è dubbio: l’autorizzazione va data. Per una settimana ci siamo arrocati dietro alla modalità con cui il GIP Forleo ha chiesto tale autorizzazione. Io credo che il mio gruppo dirigente sia pulito, che non c’entri niente e che anzi abbia fatto tutto il possibile per rispettare le leggi. Ma il comportamento che stiamo tenendo, se non abbiamo fatto nulla, non è consono. Non dobbiamo salvare un gruppo dirigente che, se emergeranno delle responsabilità deve essere mandato a casa, ma dobbiamo salvare un Partito che, al di là degli uomini, della questione etica ha sempre fatto una bandiera. Mi auguro che non succeda come nel 1993 quando il Parlamento negò l’autorizzazione a indagare su Craxi: la storia gloriosa del Partito Socialista fu macchiata definitivamente per salvare un gruppo dirigente quanto meno corruttibile.

 

FestaUnità 1

Dialogo fra due compagni che lavorano alla festa. Uno proveniente dalla pianura brada fra San Vito e San Mauro Pascoli che, per lo strano fenomeno del bradisismo politico, si è ritrovato iscritto alla mia sezione. L’altro è uno dei responsabili della Festa. Prima sera. Il primo compagno, il meticcio sanvitese-sammaurese fa all’altro: “Tè e cavapeunt? (Hai il leva punti?)”. Il secondo categorico: “No“. Seconda sera, stessi personaggi, stesso ordine di dialogo. Il Primo: “Tè e cavapeunt?“. Il Secondo: “No“. Terza sera, ancora alla carica per questo “cavapeunt“, pronunciato in un perfetto dialetto sanvitese, con l’accento sul eu: “Tè e cavapeunt?“. Il secondo, evidentemente arrivato al limite, gli fa categorico: “No, u s’è rot (no, si è rotto)“. L’altro: “Us s’è rot?? Cumè che fa ad ess rott se ugnè? (Si è rotto? Come fa ad essersi rotto se non c’è?)”

 

Non solo di carne sono fatte le paperette…

Giovedì inizia la festa de l’Unità della mia sezione. VII edizione, la prima nel 2001 all’indomani della vittoria di Berlusconi. Fu merito suo. Come rigurgito alla sua vittoria decidemmo di riprenderla dopo circa 15 anni di assenza. L’ultima nell’ 88 o  89, non  ricordo,  giocavo ancora con Goldrake e non facevo politica.
La Festa de l’Unità è un mondo variopinto, sette edizioni sono tante, gli episodi da raccontare sono tanti.  Questo è il primo. Il campo dove facciamo la festa ha una peculiarità: se piove si allaga tutto, diventa uno splendido laghetto di acqua spianato su circa 10.000 mq. Per fortuna, essendo luglio, ciò capita raramente. Un anno però ha piovuto per quattro giorni immediatamente prima dell’inizio della festa. Il campo diventa un lago. Tra le tante attrazioni, quell’anno scegliemmo di prenderne una adatta ai bambini che consisteva in una vasca riempita di acqua dove galleggiavano delle paperette di plastica che il bambino zelante, e immagino con scarsa autostima, le doveva pescare con delle piccole canne di plastica. Per la gioia del suddetto bambino, un po’ meno per quella del genitore che, strangolato dalla recessione berlusconiana,  doveva cacciare fuori 5 euro per far divertire la sua progenie. Bene, piove vi stavo dicendo. Ma i lavori dovevano terminare e quindi qualche eroe solcava il campo infangato per preparare l’apertura. Uno di questi stava scavando con un badile, affogato nell’acqua, una buca per far passare i tubi di scarico delle cucine. Arriva il giostraio con tutte il suo armamentario, tra cui le paperette di plastica, da piazzare all’interno della festa. Non vedendo nessuno si avvicina al folle sbadilatore e gli fa: “Scusi, dove posso mettere le paperette?”
Lo sbadilatore, immerso nell’acqua fino alle ginocchia, con il campo completamento allagato, bestemmiando nella speranza di riuscire a scavare una buca, si alza, si gira lo guarda e gli fa: “Vuole sapere dove può mettere le paperette? Ah, si? Guardi, qui attorno di acqua ce n’è quanta ne vuole, le butti pure per terra!!!”
Non si sa bene la reazione del giostraio: lo sbadilatore è tornato comunque a fare il suo lavoro, ritmandolo con svariate imprecazioni.

Un’utopia che è pura delinquenza

Spararono a mio padre alle 9.15, mentre apriva la portiera della Cinquecento blu di mia madre.” E’ un passo del libro “Spingendo la notte più in là” (Edizioni Strade Blu-Mondadori)  di Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi ucciso il 17.05.1972 da Adriano Sofri, Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e Leonardo Marino.
E’ un libro bello, come può essere bello il racconto di un figlio che vede portarsi via il padre, non per una malattia improvvisa, ma per l’odio delle persone. Non sto a raccontarvelo, perché va letto. Vi riporto solo la lettera di Aldo Moro alla moglie, l’ultima, quando, sapendo che ormai i suoi giorni stavano finendo, così le scrive: “ora vorrei abbracciarti tanto e dirti tutta la dolcezza che provo, pur mescolata a cose amarissime, per aver avuto il dono di una vita con te, così ricca di amore e di intesa profonda….Tu curati e cerca di essere più tranquilla che puoi. Ci rivedremo. Ci ritroveremo. Ci riameremo.” Mi sono tornate in mente le lettere dei partigiani condannati a morte. Come loro, anche Moro ha combattuto per la libertà.
Il libro mi ha fatto riflettere su quegli anni. Sono nato nel 1977  e anche millantando una precoce passione politica mai potrei dire di ricordarmeli. Li giudico in base a ciò che leggo, come si fa solitamente con la Storia.
Non ho mai capito la richiesta di grazia a Sofri,  oppure quella concessa a Bompressi, né il tentativo di difendere alcuni terroristi latitanti (vedi Cesare Battisti, latitante in Francia come d’altronde lo stesso Pietrostefani). A vederli con gli occhi di adesso, gli stessi di uno che quella stagione non l’ha vissuta, sono semplicemente dei delinquenti, che sparavano, per noia o altro, millantando teorie di liberazione talmente idiote da essere assurde. Lo stesso si può dire di chi ha ammazzato D’Antona e Biagi. Sono rimasto basito quando ho scoperto che qualcuno di questi pregiudicati è stato addirittura promosso nelle istituzioni: Sergio D’Elia, eletto parlamentare con la Rosa nel Pugno, è stato nominato segretario d’Aula della Camera. Non sarebbe niente se D’Elia non fosse stato condannato a trent’anni, ridotti a venticinque in appello, per concorso nell’omicidio di Fausto Dionisi, agente di polizia ucciso nel tentativo di far evadere alcuni terroristi. La figlia di Dionisi aveva due anni e mezzo quando suo padre fu ucciso. Certo, mi si dirà che loro la pena l’hanno espiata. Rispondo con le parole di Corrado Augias riportate nel libro: “la pena di coloro ai quali è stato ucciso un marito o un fratello non credo che sia mai finita. La disparità di trattamento tra chi uccise e chi venne ucciso è irreparabile, continua negli anni aggravata dal fatto che chi allora uccise scrive memorie, viene intervistato dalla tivù, partecipa a qualche film, occupa posti di responsabilità, mentre alla vedova di un appuntato nessuno va a chiedere come vive da allora senza marito, se ci sono figli che hanno avuto un’infanzia da orfani, se il tempo trascorso ha chiuso le ferite, il rimpianto, il dolore.
In questo, però, c’è la colpa di una generazione che sembra abbia rimosso quel periodo o, per chi ci vi ha partecipato solo in maniera indiretta, la vive come un momento romantico della propria vita. A dirla con De Andrè, “nonostante vi crediate assolti sarete per sempre coinvolti”: ecco, sarebbe un bel dibattito questo. Invece di discutere, ormai a livelli assurdi, dei poteri taumaturgici del Partito Democratico (mancano, ma arriveranno lo so, gli effetti sulla cellulite e sulla calvizie) facciamo un bel dibattito nelle nostre Feste de l’Unità sugli anni di piombo, tra chi ieri c’era e magari era pure attivo e chi, come me, quegli anni non li ha visti e li giudica con gli occhi di oggi: anni di follia, in cui si giocava con le vite delle persone, anime belle (ancora in giro, peraltro) votate a una utopia che in realtà era, e resta per me, pura delinquenza.

Sono tornato (e non so se è un bene…..)

Dapprincipio le scuse per l’assenza. Due problemi mi hanno assillato: uno informatico (due computer fusi in tre giorni, bel record) e uno di fantasia: scrivere, si sa, non è semplice e farlo quando non si ha niente da dire è ancora più difficile. Entrambe le difficoltà spero di averle superate: la prima senz’altro, visto che sto digitando, la seconda non so e attendo notizie in tal senso.

Ho ascoltato il discorso di Veltroni. Non sono credibile nel giudizio essendo diessino di rito veltroniano: per me potrebbe leggere anche l’elenco del telefono e mi sembrerebbe sempre e comunque sublime. Qualche considerazione:

1. Senza ombra di dubbio ha dato una sua ricetta sull’Italia: ci si aspettava un bel polpettone su quanto è bello ‘sto PD (quello che ci propinano più o meno tutti, ci manca solo che ci dicano che ha anche effetti diuretici come l’acqua San Pellegrino) e ci ritroviamo, invece, un programma o, comunque, una idea per lo meno di dove dobbiamo andare.

2. La prima cosa che mi ha colpito è che finalmente ha rotto un tabù: non si governa cercando di accontentare tutti, ma governando per il bene di tutti. Sembra banale ma il nostro è il Paese del Nimby: not in my back yard, facciamo tutto ma non nel mio giardino. E’ l’Italia delle mille corporazioni (compreso la mia), dei mille interessi particolari che non si sconfiggono perchè poi si perde consenso.

3. La seconda cosa che mi ha colpito è il cambio di prospettiva sul nostro sistema fiscale che rimane, a mio avviso, uno dei più assurdi al mondo. Abbiamo migliaia di norme ormai stratificate che si contraddicono o si rettificano a vicenda, facendo aumentare a dismisura il contenzioso, l’evasione e l’interpretazione soggettiva. Semplificarlo vuol dire magari perdere subito del gettito, ma nel lungo periodo vuol dire diminuire l’evasione.

4. Mi è piaciuto un po’ meno sulla laicità: poteva essere più pungente, più netto ma si sa il carrozzone del Partito Democratico è variopinto e quindi, da possibile autista, ha preferito mediare piuttosto che emozionare su questo tema.

5. Non è il salvatore della patria e non possiamo sperare che il Partito Democratico si risolva tutto nella figura di un leader: tolto Nostro Signore, che aveva ben altri presupposti e finalità, tutti gli altri oltre al carisma ci devono mettere delle idee. Personalmente, data la mia professione di fede iniziale, non amando comunque il motto “chi mi ama mi segua”, rimango freddino sulla candidatura: non è un uomo nuovo (non gli perdono di aver abbandonato la baracca quando la nave berlusconiana si avvistava all’orrizonte delle elezioni 2001), non bastano due citazioni (l’ultima, la lettera della ragazza, comunque da pelle d’oca) per farmi appassionare alla sua candidatura. Attendo notizie.