La versione di Giovanni

ovvero diario resistente, di un guardiano del faro, nella Rimini democratica e riformista

"Spiacere è il mio piacere io amo essere odiato"

“Una testa, un voto”. O, forse, è meglio di no??

Sulle regole la situazione è questa: c’è chi vuole l’Assemblea Costituente completamente eletta nelle primarie, con il principio “una testa un voto”  e c’è, invece, chi vuole delle quote di diritto per i parlamentari, i consiglieri regionali e i sindaci delle grandi città. I più scettici del principio “una testa un voto” dicono: ”se candidiamo un sindaco, un deputato, un consigliere regionale e così via contro un emerito sconosciuto si finirà con quest’ultimo schiacciato dal consenso vasto del primo. Si vanifica, così il tentativo di rinnovamento della classe dirigente del nuovo Partito. Volete mettere la rete di rapporti che ha un pubblico amministratore con uno invece che non lo è???“. Mah!? Non sono molto d’accordo. La regola “una testa un voto” è quella che ci consente di realizzare due obiettivi vitali per il nuovo partito:  da una parte una partecipazione democratica allargata e dall’altra di mettere in gioco nuove classi dirigenti che non ci stanno ad essere cooptate o a piegarsi a giochi vuoi di corrente piuttosto che di appartenenze personali.
Poi, se gli elettori delle primarie, partecipando alle consultazioni, premiano con il voto il sindaco invece del candidato sconosciuto vorrà dire che quel sindaco (o consigliere regionale, deputato, ecc…) è un bravo amministratore e dà fiducia agli iscritti del Partito Democratico. Se  invece prevale  il candidato sconosciuto, o comunque il nome noto non fa un bel risultato? Ecco perché l’obiezione al principio “una testa un voto” non mi convince: perché a farla è soprattutto chi ha molto da rimetterci (vedi, ad esempio, i parlamentari che sono stati nominati dalla segreterie e non eletti dagli elettori).