La versione di Giovanni

ovvero diario resistente, di un guardiano del faro, nella Rimini democratica e riformista

"Spiacere è il mio piacere io amo essere odiato"

Non di sole case si vive

L’avvio del percorso per l’elaborazione del piano strutturale ha un significato politico per la città molto importante, superiore forse al suo stesso valore tecnico e che, per le analisi e le indicazioni necessarie, ci consente di iniziare un dibattito sul futuro della nostra città.
Dibattito che, negli ultimi tempi ormai verte solo sulla quantità di cemento che vogliamo disperdere  sul nostro ridente Comune. Tralascio, perché scontata e già abusata, qualsiasi polemica sulla politica urbanistica degli ultimi anni: prendo da questa solo lo spunto per discutere di quale cemento, a mio avviso, dobbiamo inserire nell’elaborando del piano strutturale. Ovviamente c’è anche dell’altro: la tutela dell’ambiente, la qualità della vita, lo sviluppo sostenibile. In questa sede, però, analizzo solo la questione dello sviluppo edilizio.
In tutto questo c’entra anche lo stadio, sulla cui utilità non voglio discutere, soprattutto per quello che si porta dietro: cemento, appunto. Rilevo subito che è abbastanza originale la piega che sta prendendo il tema del motore immobiliare “sportivo”: da un lato si dichiara che è finita l’espansione quantitativa della nostra città, dall’altra chiediamo di squadernarci una serie di proposte che fanno aumentare il carico urbanistico sul territorio.  E’ evidente che piano strutturale e stadio stanno insieme in una logica consequenziale: è il primo che deve stabilire dei paletti alla quantità e alla localizzazione del motore immobiliare da fare per realizzare il secondo. E questa relazione esiste indipendentemente dall’entità della contropartita richiesta: basta e avanza la volontà di usare del territorio per realizzarlo.
Ulteriore rilievo riguarda il fatto che negli ultimi sette anni le scelte di politica urbanistica hanno riguardato in grande parte varianti che prevedevano semplicemente “case”, ivi compresa la discussione sul motore immobiliare dello stadio.
Dunque discutiamo di quale cemento vogliamo in questo benedetto piano strutturale.  Vorrei farlo, però con un esempio che implica, però, la constatazione di tre elementi con la promessa, nel proseguio, di organizzarli tutti in un ragionamento.
Primo elemento: il mercato turistico legato alla destagionalizzazione (Fiera e Palacongressi) richiede una serie di strutture alberghiere di fascia medio alta, quattro stelle e oltre tanto per intenderci, di cui Rimini, oggi, è pressochè sprovvista. Infatti  nel Comune di Rimini sono 50 su un totale di 1.207 alberghi: il 4%.
Secondo elemento: nella zona nord di Rimini (tanto per orientarci tra Viserbella e Torre Pedrera) esiste una fascia di territorio libera a cavallo tra la ferrovia e il mare. In questi ultimi mesi, la zona del vecchio camping di Viserbella e la fascia più a nord di Torre Pedrera viene proposta come luogo deputato a uno sviluppo immobiliare residenziale (con parte del succitato motore immobiliare dello stadio) con doviziosa promessa di realizzare anche servizi: ci mancherebbe altro, perbacco!
Terzo elemento: la zona nord di Rimini ha già vissuto nel recente passato una parziale trasformazione in zona residenziale e ancora oggi sta vivendo una progressiva scomparsa delle strutture ricettive alberghiere, per lo più marginali, con ovvie ricadute negative su tutti i settori legati al turismo.
Come promesso, metto insieme i tre elementi sopra esposti e li organizzo in una bella domanda provocatoria: perché invece di fare le case nella zona nord non prevediamo nel piano strutturale di costruire degli alberghi a 4 stelle? E ancora, se stadio dev’essere, perché non lo facciamo a base di strutture ricettive turistiche?
L’esempio fatto mi serve per affermare che è  di questo cemento che dobbiamo iniziare a parlare: perché Rimini non può pensare di svilupparsi solo come città residenziale ma deve pensare che il suo territorio deve essere utilizzato costruendo, dove ancora possibile, strutture ricettive e nelle altre parti della città, più esterne alla fascia turistica, pensare a uno sviluppo che preveda aree artigianali, industriali, dedicate al settore terziario oppure alla ricerca scientifica. Costruire e vendere case è al tempo stesso facile e improduttivo: facile perché i ricavi sono certi e improduttivo perché una volta terminata una casa questa non genera più nessuna ricchezza. Una struttura ricettiva invece è l’esatto contrario: difficile e produttiva.
Visto che cemento dobbiamo parlare, parliamo di “questo” cemento, finalmente. Di un cemento brutto e deturpante ma almeno produttivo, che fa crescere economicamente una comunità. Perché se continuiamo a discutere di quante case dobbiamo fare per un campo da calcio, o per un parco, o per qualsiasi altro accidente di servizio pubblico alla fine devo convenire con Prodi quando dice che questo Paese, e a questo punto questa città, non pensa più al suo futuro, ma solo al suo benessere immediato, eh ahinoi, di pochi ma felici costruttori edili.

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